Google Plus + come ricevere invito

Inserito da 20 luglio, 2011 (0) Commenti

Si tratta di :News

Google plus è al momento è accessibile tramite invito.
E’ risposta ai vari social network, davvero bello, è sicuramente da provare.
Tra le novità troviamo Foto , spunti , cerchie , video ritrovi, profili ma in particolare ci risulta molto familiare lo stream che racchiude le attività dei propri .
essere invitato ?

Dato l’enorme richiesta Hoax.it ha deciso di fornire l’invito a chiunque ne faccia richiesta a condizione di:
1) Se avete Facebook basta collegarvi a questa pagina e cliccare su mi piace.

https://www.facebook.com/pages/WWWHOAXIT/147858961498
2) Fate Cliccare su mi piace a 5 amici
3) scrivete una e-mail a promo@labussoladellarete.it con il vostro nome e quello degli amici

Alternativa 1

1) se hai un web metti un link (che ti impeganerai a non rimuovere per almeno 1 anno) a
http://www.hoax.it mettendo come testo
HOAX.IT – Tutto su Bufale, Leggende Metropolitane, Verifica Hoax e Appelli Umanitari, Sicurezza Informatica, Phishing, Truffe,
2) scrivete una e-mail a promo@labussoladellarete.it con il vostro nome e la pagina con il link

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Fratelli gemelli

Inserito da 11 novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Paola ci invia questa storiella

Una donna aveva due figli gemelli, ai quali aveva messo nome Lemba e Mavungu. giorno della loro nascita, uno stregone aveva consegnato alla mamma due pietre tonde e lisce.
- Questi saranno i talismani dei tuoi figli: – le aveva detto – appendili al loro collo e, quando saranno grandi, di loro che non se li tolgano mai.
Cosi la donna aveva fatto, e i ragazzi erano cresciuti ed erano diventati due bellissimi giovani. Un giorno, Mavungun, stanco della solita vita, decise di partire.
- Io non ho niente in contrario; – disse la madre – ma siamo talmente poveri, che non posso darti niente da portare con te.
- Questo non importa:- rispose il giovane – è ormai il momento di mettere alla la potenza del mio talismano.
Salutò la madre e il fratello e si diresse verso la foresta. Qui giunto, colse alcuni fili d’erba, li tocco con il talismano e…
- Che tu sia un cavallo! – disse, buttando per terra il filo più lungo.
- Che tu sia un coltello! – continuò, piegando un altro filo d’erba.
- Che tu sia un fucile! – comandò a un terzo filo d’erba.
Immediatamente un bel cavallo scalpitò davanti a lui, un coltello s’infilò nella sua cintura e un bellissimo fucile appeso alla sua spalla. Mavungun, tutto contento, salì sul cavallo e partì. Cavalcò per parecchio tempo, finché a un certo punto, si sentì stanco e affamato.
- Talismano mio, mi farai morire di ? – disse, toccando la pietra.
Subito, davanti a lui, apparve un sontuoso banchetto. Il giovane scese da cavallo, mangiò e bevve a sazietà, poi tutto allegro riprese il viaggio.
Dovete sapere che, non lontano dal posto dove Mavungun si era fermato a mangiare, c’era una bellissima città. Essa era governata da un re che aveva una figlia, assai capricciosa. La fanciulla era in età da marito, ma, per quando già molti l’avessero chiesta in sposa, ella aveva rifiutato a tutti la sua mano. Mavungun giunse nella città e si fermò sulla riva del fiume. Qui c’era anche la fanciulla, con molte altre compagne; appena vide il giovane straniero, tornò di corsa dal padre e dalla madre e disse loro:
- Ho visto l’ uomo che voglio per marito e morirò se non lo sposerò!
Il padre mandò i suoi schiavi incontro al giovane straniero e lo invitò a banchetto nella sua casa.
Mavungun fece al re un’ottima impressione, tanto che, quando il giovane gli offrì molto doni preziosi, non esitò a proporgli di sposare la figlia. Così, con grande allegria e gioia per tutti, si celebrarono le nozze. Nella casa degli sposi c’erano grandi specchi accuratamente coperti.
Mavungun, preso da una grande curiosità, volle sapere perché fossero coperti. La moglie gli rispose che era molto pericoloso guardarvi, ma Mavungun insistette tanto che la fanciulla alzò la stoffa che ricopriva il primo specchio e… subito il giovane vide la sua città natale, con tutte le sue strade e la sue casa.
- Chi guarda in questo specchio, – disse allora la moglie – vede la città nella quale è nato. Nell’ altro specchio, ciascuno vede le città che conosce e che ha visitato nei suoi viaggi.
E così dicendo, scoprì il secondo specchio.
- E il terzo specchio?
- Il terzo non lo puoi scoprire perché vedresti l’immagine della città dalla quale non si torna.
- Fammela vedere ! – gridò Mavungun, e strappò la tela.
L’immagine che gli apparve era terribile, ma il giovane la fissò intensamente e si sentì preso da un grande desiderio di andare in quella città.
- Ti scongiuro, non andarci, perché non tornerai mai più! – lo implorò la moglie.
Ma il giovane era deciso; prese il suo cavallo e partì. Cavalcò e cavalcò per tanti mesi, finché un giorno, guardandosi intorno, vide una vecchia, che stava seduta presso un mucchio di sassi bianchi e neri.
- Vecchia, hai un po’ di fuoco per la mia pipa? – chiese Mavungun.
- Scendi da cavallo e avvicinati – rispose la donna.
Mavungun si avvicinò, ma appena la vecchia gli ebbe toccato la mano, il giovane fu trasformato in una pietra nera e il suo cavallo in una pietra bianca. Il tempo passava, e Luemba era molto meravigliato che il fratello non avesse mai mandato sue notizie; così un giorno; decise di andare alla sua . Se ne andò nella foresta, colse un pugno d’erba e, per opera del suo talismano, fece trasformare un filo in un cavallo, un secondo filo in un coltello e un terzo filo in un fucile e poi
partì. Dopo parecchi giorni arrivò nella città in cui Mavungun aveva preso moglie.
- E’ tornato Mavungun, lo sposo della figlia del re!
Appena sceso da cavallo, vide una bellissima fanciulla, che gli veniva incontro dicendo:
- Finalmente sei tornato.
Luemba cercò di spiegare che non era Mavungun.
- Vuoi scherzare, marito mio – lo interruppe la donna, e si mise a ballare per la gioia.
Luemba tentò invano di spiegare chi fosse, ma né la moglie del fratello, né il re, né gli altri abitanti vollero credergli; alla fine, anzi, nessuno stette più ad ascoltarlo. Perciò il giovane dovette tacere e indagare per conto suo, per scoprire che fine avesse fatto Mavungun. L’occasione si presentò subito, perché, quando Luemba entrò in casa, la moglie del fratello gli disse ridendo:
- Spero che avrai perso la voglia di guardare negli specchi!
- No, invece; – disse subito Luemba, – anzi, ti prego di farmeli rivedere.
Questa volta la giovane non si fece pregare e Luemba poté vedere la città dove era nato, poi i luoghi che aveva attraversati viaggiando, e infine guardò interessato la città dalla quale non si torna. Capì subito che quello era il posto dove il fratello era andato e dal quale non era tornato; perciò, senza perdere tempo, disse:
- Mi ricordo ora di aver lasciato laggiù una cosa molto importante. Vado e ritorno al più presto.
- Va pure, marito mio; sei appena arrivato, ma, se pensi di dover ripartire, io ti aspetterò. Ma fa presto.
Luemba montò a cavallo, prese il coltello e il fucile e corse via al galoppo. Cavalca cavalca, eccolo arrivare in vista del mucchio di pietre sbianche e nere; Accanto al mucchio, stava seduta la solita vecchia.
- Vecchia, hai un po’ di fuoco per la mia pipa? – domandò Luemba.
- Scendi da cavallo e avvicinati – rispose la vecchia.
Luemba scese da cavallo, ma invece di stendere la mano verso la donna, le scagliò addosso il suo talismano. Fu un attimo: il terreno si aprì e la vecchia scomparve mandando un grido terribile.
Subito Luemba si avvicinò al mucchio di pietre e cominciò a toccarle con il suo talismano: le pietre nere si trasformarono in tanti giovani e le pietre bianche in altrettanti cavalli. Naturalmente in mezzo agli altri, Luemba riconobbe subito Mavungun, e i due fratelli si abbracciarono con molta gioia. Poi rimontarono a cavallo e, senza indugiare, tornarono nella città dove la moglie di Mavungun aspettava pazientemente il marito. Potete immaginare quale fu la meraviglia di tutti, nel vedere i due fratelli così uguali l’uno all’altro. Vi furono grandi feste, che durarono tre giorni e tre notti e fu ordinato un sontuoso banchetto al quale parteciparono tutti gli abitanti della città. Poi Luemba ripartì e torno nel villaggio natale: la madre ansiosa gli corse incontro chiedendogli notizie di Mavungun; egli la rassicurò sulla sua salute e le raccontò quando era accaduto; poi la condusse nella città dove Mavungun era diventato l’erede del re e là ella trascorse felice i suoi ultimi giorni.
Nel frattempo Mavungun e la moglie entrati in casa s’accorsero che i tre specchi non c’erano più, infatti la magia aveva voluto che nello stesso momento in cui la vecchia era scomparsa, scomparissero anche le tre lastre lucenti. E così nessuno ha più saputo dove fosse la città dalla quale non si tornava più indietro.

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La strana avventura di Liù

Inserito da 6 novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Lucrezia ci invia questa storiella cinese

Nel grande lago Tung-Ting, tutti lo sanno, abitano i geni delle acque. Sono, di solito allegri burloni: si prendono gioco dei marinai e dei pescatori, ma non fanno male a nessuno.
Però c’è, fra gli altri, qualcuno dal carattere veramente crudele.
Spesso i geni del lago si impadroniscono delle giunche ancorate nei porti, e le utilizzano le loro feste e danze. Succede così: cavo che giunca alla riva si allenta all’improvviso e l’imbarcazione se ne va alla deriva, mentre si ode intorno una musica deliziosa.
Allora i viaggiatori si nascondono nel fondo della giunca e stanno immobili, con gli occhi chiusi. Facendo così, sono sicuri che non capita a loro nulla di male: al termine della passeggiata la giunca si ferma, ed essi la ritrovano ancora al punto di partenza.
Una notte, a bordo di una giunca, si trovava un giovane di nome Liù. Tornava a casa dopo essere stato nella città vicina a sostenere certi esami, ma gli esami erano andati male, e Liù se ne tornava al suo paese bocciato e avvilito.
Sedeva a prua, triste e pensieroso, rimuginando i suoi tristi casi, quando sul lago
incominciò a diffondersi una musica deliziosa creata da strumenti invisibili. Udendo quei suoni, marinai e passeggeri si alzarono di scatto dai loro posti e corsero a gettarsi sul fondo della giunca, chiudendosi gli occhi con le mani. Tutti, a gran voce, esortarono Liù a fare altrettanto; ma il giovane non li ascoltò.
Era tanto arrabbiato contro tutti per il fallimento negli esami, che non aveva paura
nemmeno dei geni del lago! Si sentiva pronto a sfidarli: a sfidare il mondo intero! Perciò si nascose dietro un rotolo di cordami, e tenne gli occhi bene aperti per vedere lo spettacolo di cui aveva udito parlare e di cui nessuno era mai stato testimone.
La musica cresceva di tono: tamburi e trombe facevano tanto rumore che il giovane si sentì quasi stordito. L’aria si era riempita di profumo, e a poco a poco sul ponte della giunca si delinearono le figure di molte bellissime fanciulle splendidamente vestite che cantavano e danzavano. Il giovane guardava con occhi sbarrati. Le ragazze piroettavano intorno prendendosi per mano e lasciandosi, al ritmo della musica; ma una, forse la più bella di tutte, giunse danzando leggerissima presso il rotolo di cordami dietro il quale era nascosto Liù. Aveva ornamenti sui capelli; indossava un vestito color dell’uccello del paradiso, e calzava minuscole scarpette di velluto rosso.
Quando la vide tanto vicina, Liù non seppe trattenersi: uscì dal suo nascondiglio e protese la mano per fermare la bella giovinetta; ma riuscì appena ad afferrare un lembo della lunga manica svolazzante. Nel sentirsi presa così, la ragazza gridò:
- Oh, oh, lasciami!
- Si; se mi dici chi sei e come ti chiami – rispose il giovane.
La danzatrice tentò di svincolarsi. Ma Liù non lasciava la stoffa, e fu così che la manica si lacerò: la fanciulla fuggì e Liù si trovò fra le mani un lembo di seta color dell’uccello del paradiso. Ma quasi all’istante comparvero intorno a lui venti soldati e il loro capo gridò:
- Portatelo davanti al re!
Subito un soldato legò le mani di Liù, e gli altri lo spinsero avanti, vicino a un trono dorato su cui stava seduto un uomo imponente vestito di abiti ricchissimi. Con uno spinone i soldati fecero inginocchiare il giovanotto, mentre il re gridava con voce tonante:
- Tu hai osato toccare la veste di una damigella della mia corte! Lo sai cosa ti aspetta? Preparati a morire, perché io ti farò tagliare la .
Liù non perdette la sua calma.
- Credo che tu sia il re del lago Tung-Ting – commentò. – Mi sembrava di aver udito parlare della tua generosità, ma non sembra che la tua fama corrisponda davvero al tuo carattere. Infatti tu mi fai morire soltanto per aver toccato il lembo di una veste di seta.
Sospirò e aggiunse:
- Del resto questa è la giornata delle mie disgrazie, ed è giusto che vada a finire così.
Il re lo guardò incuriosito.
- La tua morte può anche aspettare. Dimmi che cosa ti è capitato.
- Questo forse non potrà interessarti, ma sappi che io credevo di essere un ottimo poeta. Però, quando mi sono presentato agli esami convinto di superarli con onore, sono stato invece bocciato.
- Allora tu componi poesie? Ti metterò alla prova. Se saprai comporre un poema sui diversi modi di pettinarsi ti farò la grazia della tua vita.
- Dammi l’occorrente per scrivere, e mi metterò al lavoro.
Immediatamente i servi portarono davanti a Liù pennelli, inchiostro di china e rotoli di carta fine come la seta. Liù sedette in disparte poi incominciò a scrivere.
Dopo un’ora aveva finito. Allora il giovane portò il poema al re, il quale svolse il rotolo e incominciò a ridere, e rise fino alla fine. Quando ebbe terminato, ammise di essersi divertito immensamente.
- Avevi proprio ragione, – dichiarò – sei un letterato di valore, e io non ti farò morire, anzi, affinché anche tu possa riconoscere la mia generosità ti prego di accettare questi doni.
Subito alcuni servi deposero ai piedi di Liù dieci libbre di oro puro, e su di esse fu messa una squadra da falegname in cristallo di rocca. Il re aggiunse:
- Se nel lago tu dovessi trovarti in pericolo, questo oggetto ti salverà.
Detto questo, il re scese dalla giunca, salì in una splendida portantina e subito dopo tutti scomparvero.
Sul lago regnava il più assoluto silenzio, e a poco a poco i marinai e i passeggeri della giunca risalirono dal fondo: poi la nave riprese la sua navigazione verso nord. Liù se ne stava seduto in un angolo e guardava il lago; non raccontò ad alcuno ciò che gli era capitato. Per quanto i passeggeri si rivolsero spesso a lui per parlargli, il ragazzo rispondeva a monosillabi e continuava a pensare alla sua strana avventura. Poco dopo bruscamente il vento cambiò direzione.
- Disgraziati noi! – gridò il capitano. – Stiamo per incappare in una burrasca!
Infatti le onde del lago erano diventate color piombo e si sollevavano in ondate sempre più alte; in cielo nuvolosi neri, neri si inseguivano, spinti da un vento furioso. La burrasca si scatenò con una violenza mai vista, e tutte le giunche che stavano attraversando il lago si capovolsero; i marinai, travolti dalle ondate, cercavano di aggrapparsi ai rottami, ma molti di essi annegarono.
Liù, sul ponte della sua giunca, teneva stretta fra le mani la squadra in cristallo di rocca, e, come per prodigio, le ondate più alte e più violente all’improvviso si fermavano, si placavano, svanivano.
La giunca continuava a navigare attraverso il lago in tempesta, e soltanto sotto di lei e intorno a lei le acque si facevano lisce come l’olio. Così tocco la riva senza risentire alcun danno, con gran stupore dei passeggeri e dell’equipaggio.
Liù scese tutto allegro, e subito cercò i suoi per raccontare loro la sua straordinaria avventura. Naturalmente non pensava più agli esami, e non ricordava nemmeno il disinganno e la collera per la bocciatura. Il tempo passò, Liù non scriveva più poesie, ma aveva incominciato a occuparsi di affari. Un giorno, mentre si trovava a Wu-Ciang, udì dei negozianti che parlavano di uno strano caso.
- Vive in questo villaggio – diceva uno di essi – una vecchia signora che si chiama Lee. Ha una figliola bellissima, e molti giovani avrebbero voluto sposarla, ma la signora Lee risponde a tutti concederà la mano di sua figlia soltanto a quel pretendente che mostrerà un oggetto identico a quello che la ragazza porta in dote.
- Quale oggetto? – chiese Liù incuriosito.
- Una squadra da falegname in cristallo di rocca.
Appena ebbe udito ciò, Liù tornò a casa, prese la squadra che gli era stata regalata dal Genio del Fiume e andò subito a bussare alla porta di casa della signora Lee. La donna gli aperse sorridendo. Non appena Liù ebbe mostrato la sua squadra, la signora chiamò la figlia, una ragazza bellissima, la quale si presentò reggendo fra le mani una squadra assolutamente identica, che brillava rifrangendo i raggi del sole.
La signora Lee disse a Liù che gli concedeva la figlia in sposa , e il giovane manifestò subito il desiderio che le nozze fossero celebrate al più presto.
- Benissimo – asserì la vecchia signora. – Lascia qui la tua squadra, torna a casa e manda la portantina a prendere la sposa.
A Liù rincresceva molto separarsi dal suo prezioso talismano, ma la vecchia gli disse:
- Devi dare una prova di amore alla tua bellissima fidanzata.
Allora Liù si rassegnò, e consegnata la squadra, si avviò al porto dove stava ancorata la giunca con la quale era arrivato a Wu-Ciang. Domandò al capitano dove trovare chi gli noleggiasse una portantina, e dopo aver dato disposizione affinché a bordo tutto fosse pronto per accogliere la sposa, assodò portatori, servi e musicanti.
Tra suoni di pifferi e di piattini, il corteo nuziale si avviò verso la casa della signora Lee, e Liù lo accompagnava tutto felice; ma, quando arrivò, lo aspettava un’amara sorpresa: la casa era vuota e deserta, non solo, ma sembrava anche disabitata da molto tempo. I ragni avevano tessuto le loro ragnatele davanti alla porta e alle finestre; le erbe selvagge crescevano fin sulla soglia.
Tutti incominciarono a ridere e a burlarsi di lui e Liù, vergognoso e indispettito, licenziò portatori e musicanti e tornò al porto tutto malinconico, rimproverandosi mille volte di essere stato sciocco. Come giustificarsi, davanti il capitano, per quel matrimonio mancato? Ma, appena salito a bordo, udì una dolcissima voce che gli diceva:
- Liù, perché arrivi così tardi?
E con immenso stupore vide davanti a sé una giovinetta bellissima che gli sorrideva
dolcemente. La giovinetta indossava un abito color dell’uccello del paradiso e calzava un paio di scarpette rosse; soltanto la sua manica appariva lacerata, e ne mancava un piccolo lembo. Liù credeva di sognare e la fanciulla, vedendolo, rise divertita.
- Perché mi guardi così? sembra che tu non mi abbia mai vista!
Liù finalmente ritrovò la voce e disse:
- Voi siete la fanciulla che danzava sulla giunca, quella notte!
- Sono proprio io. Ora ti spiegherò tutto. Colui che tu vedesti sulla giunca quella notte, era proprio il re del lago di Tung-Ting. Egli fu così contento di averti conosciuto, che scelse me perché fossi tua sposa. Però non voleva che io sbagliassi, e mi diede una squadra in cristallo di rocca identica alla tua, affinché servisse come segno di riconoscimento. Così volle vedere quella che tu avevi dato a me, e io gliel’ho portata, oggi: perciò non hai trovato nessuno a casa mia. Io mi chiamo Loto-Nascente e sono la prediletta della regina.
- E la signora Lee?
- E’ soltanto una dama di compagnia che aveva l’incarico di accompagnarmi e servirmi in attesa del tuo arrivo.
Liù era al colmo della gioia.
- Andiamo a casa mia! – esclamò. – Non appena arrivati ti presenterò ai miei genitori e celebreremo le nozze.
- Un momento: non abbiamo ancora definito la questione della mia dote!
- Oh, lo sapevo che tu non avevi altra dote che la tua squadra da falegname! – riabbatte
Liù con calore. – Ma a me basta così.
La fanciulla sorrise dolcemente.
- Niente affatto: io debbo eseguire gli ordini del re e della regina. Anzi, ti prego di aspettarmi un attimo.
Così dicendosi tolse uno spillone dai capelli e lo gettò nell’acqua. Subito dalle acque del lago emerse una piccola barca che si accostò alla giunca. La fanciulla vi balzò dentro leggera, e subito dopo tutto sparì.
Rimasto solo, Liù sedette tristemente su un rotolo di cordami, e ristette a guardare la superficie del lago, proprio nel punto in cui la sua bella sposa era scomparsa. Il cuore gli tremava, nel timore che la giovinetta, questa volta, se ne fosse andata per sempre. Ma a un tratto, proprio nel punto in cui era sparita la piccola barca, apparve una grande e bella giunca che, a vele spiegate, venne ad allinearsi proprio a fianco a quella di Liù.
Dal ponte spiccò il volo uno stupendo uccello del paradiso, il quale venne a posarsi
accanto al giovane, e subito si trasformò nella bella Loto-Nascente che gli sorrideva. Poi dallo stesso ponte mani invisibili incominciarono a gettare oro, pezze di seta, gioielli e oggetti preziosi in tale quantità, che ben presto il ponte della giunca di Liù ne fu tutto ricoperto.
- Questa – disse la fanciulla – è la dote che ti inviano il re e la regina del lago di Tung-Ting.
E ogni volta che andrò a far loro visita, me ne daranno altrettanta.
Liù non aveva più parole per lo stupore e la gioia. Prese per mano la giovane sposa,
mentre il capitano faceva spiegare le vele.
La giunca si mosse e in poco tempo attraversarono il lago senza il minimo incidente.
Quando i due giovani giunsero a casa, i genitori di Liù non potevano credere ai loro occhi, tanto la sposa era bella e le ricchezze preziose e abbondanti.
Gli sposi vissero felici insieme per molti anni, e nessuna nube venne mai a turbare la loro serenità.
L’unico rimpianto di Liù era che non gli fosse stata restituita la sua bella squadra da falegname in cristallo di rocca.

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Il giudice Ooka e il salice

Inserito da 30 ottobre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Aiko ci segnala questa storia giapponese

Viveva nella città di Edo un giudice famoso per la sua saggezza e la sua imparzialità. Si chiamava Ooka. I nobili e i ricchi sostenevano che fosse uno stravagante o persino uno stupido, ma la gente del popolo lo lodava e circolavano
molte storie sul suo conto. Un giorno, signor Kugio, giudice supremo, lasciò Osaka per andare a Edo. Si considerava miglior giudice del Giappone e voleva
rendersi conto di persona delle qualità attribuite ad Ooka.
Si recò immediatamente in , dov’era in corso un processo. L’accusato era un tipo di nome Gohey, mentre l’accusatore era Mompei, un ricco mercante.
“Sono stato aggredito e derubato di tutto il mio denaro” dichiarò Mompei “Ho riconosciuto il mio aggressore: è Gohey.”
“Dove ha avuto luogo l’aggressione?” domandò il giudice.
“Nei pressi della città di Okanomizo.”
Gohey esclamò: “E’ una menzogna! Non sono mai andato a Okanomizo; come avrei potuto aggredire qualcuno?”
“Mi sembra evidente” disse il giudice sorridendo.
Poi, si rivolse a Mompei in tono severo: “Sai bene che le false deposizioni devono essere punite! Spero per te che tu possa presentare una prova o un testimone!”
“Come potrei avere un testimone?” rispose Mompei. “I ladri non commettono i loro misfatti in pubblico! Gohey era solo e mi ha aggredito in un luogo isolato. Si era nascosto dietro un vecchio salice, sul ciglio della strada, e all’improvviso mi si e’ avventato contro.”
“Un vecchio salice!” disse Ooka, pensieroso. “Ecco il tuo testimone! vai a cercare il salice, in modo che confermi la tua versione dei fatti!”
Tutti i presenti rimasero muti e increduli. Il signor Kugio pensava: “Questo Ooka o è pazzo oppure imbecille, o entrambe le cose! Come può essere considerato il miglior giudice del Giappone? E io ho affrontato il viaggio da Osaka per
conoscerlo!”
“Signore!” riprese Mompei. “Come potrebbe parlare un albero? E anche se potesse, come farei a trasportarlo da Okanomizo fino in tribunale?”
“E’ un tuo problema!” rispose Ooka irritato. “Presenta questo testimone entro oggi, altrimenti sarai condannato a un’ammenda! Ora vattene!”
Quando Mompei fu uscito, Ooka si rivolse al suo ospite: “Sono molto onorato della vostra visita; mentre aspettiamo il ritorno ’accusatore, posso proporvi di
andare alla sala da the?”
Il signor Kugio accettò con aria sostenuta e i due giudici si alzarono. Passando davanti a Gohey, Ooka gli disse con benevolenza: “Non temere: la tua innocenza verrà dimostrata quando il tuo antagonista sarà di ritorno. Nell’attesa, resta qui; noi andiamo a bere una tazza di the, ma torneremo presto.”
Gohey rispose: “Signore, vi ringrazio, ma vorrei poter tornare a casa: non posso
certo aspettare per una settimana che Mompei sia di ritorno! Mia moglie e i miei figli mi aspettano!”
“Una settimana?” si stupì Ooka. “Okanomizo si trova a due passi da qui, e Mompei non e’ un invalido, mi pare!”
“Oh, vi sbagliate” esclamo’ Gohey ridendo, “non si tratta di questa Okanomizo,
ma di quella che si trova presso Saitamiè!”
“Forse” riprese Ooka, “comunque, non è poi così lontano! Se si sbriga, può tornare per questa sera! Abbi un po’ di pazienza!”
Gohey cominciava ad innervosirsi. “Signore, non tornerà mai per questa sera; c’è un fiume da attraversare e il salice si trova sulla sommità di una montagna scoscesa. Inoltre, l’albero è molto vecchio e il suo tronco è enorme: gli occorrerà molto tempo per abbatterlo e trasportarlo…”
All’improvviso, si fermò e impallidì: aveva descritto al giudice il luogo in cui era stato commesso il furto e dove affermava di non essere mai stato. Ooka si rivolse alle guardie: “Quest’uomo è un ladro e ha rapinato Mompei. Catturatelo!”
Poi, si rivolse sorridendo al suo ospite:
“Allora, andiamo a bere questo the?” Il giudice Kugio si inchinò profondamente: “Sei il giudice più saggio che io abbia mai conosciuto. E’ un vero onore per me accettare il tuo invito!”

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Una Catena e-mail contro LA GELMINI

Inserito da 26 ottobre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Catene di Sant'Antonio

Una Catena contro la GELMINI

tutti coloro che vogliono interessarsi a ciò che sta succedendo all’università italiana allego questa mail con la preghiera di leggere e diffondere..
Il , approfittando ’estate, ha approvato il 25 giugno con la fiducia un decreto (poi legge 133) che modifica profondamente la struttura ’università:
Ci sarà un taglio di 500 milioni di euro 3 anni alle università. per alcuni atenei questo potrebbe significare la chiusura. Altrimenti con il nuovo decreto le università pubbliche potranno scegliere se diventare fondazioni private o meno.

PERCHÈ DOVREBBERO DIVENTARE FONDAZIONI PRIVATE?
3.Per riuscire a finanziarsi aumentando le tasse agli studenti, che non avrebbero più un limite di legge. Le tasse infatti potrebbero aumentare a dismisura, anche raggiungendo i 6-7000 euro l’anno, sul modello delle università americane.
Inoltre le fondazioni verrebbero finanziate da enti privati, come ad esempio le industrie farmaceutiche (forse le sole a poterselo permettere), e tali enti finirebbero per tagliare le gambe a tutti quei settori universitari e di ricerca che non rientrano nei loro interessi.
Ma soprattutto sarebbero le ricerche a venir danneggiate pesantemente, non più spinte dal puro interesse culturale e sociale, ma dai fondi messi a disposizione e dalle commissioni dirette degli enti stessi!!

E IL FUTURO?
4. Università di serie A e di serie B in base alle disponibilità economiche degli studenti, quindi titoli di studio dal differente peso e possibile perdita del valore legale di questi. I collettivi dei vari atenei organizzeranno assemblee per approfondire le conseguenze dei cambiamenti in atto, portati avanti da governi sia di destra che di sinistra di anno in anno, che minacciano quella che DOVREBBE ESSERE una UNIVERSITÀ LIBERA PUBBLICA E DI MASSA.

Gli studenti, i ricercatori e i professori si stanno già muovendo e i corsi quest’anno non partono per protesta, ma un problema così grave è ancora poco conosciuto. Infatti il problema più grave è che nessuno sa niente, i media non ne hanno parlato, se non per screditare a titolo di ‘minoranza’ chiunque abbia protestato contro questo assurdo disegno di legge!
Dobbiamo riuscire a bypassare il muro dei giornalisti e delle televisioni controllate da questo governo (maggioranza + opposizione, sia chiaro!!) per far sapere, perché tutto questo non passi indifferente!!

AIUTACI! L’UNIVERSITÀ NON È SOLO DEGLI STUDENTI MA DI TUTTI!!!! FAI GIRARE QUESTA MAIL A TUTTI I TUOI CONTATTI, anche se non studenti, è importante che tutti sappiano e se ne parli!! DOCUMENTO UFFICIALE: il decreto legge 112/08 articolo 16 Gazzetta Ufficiale
( http://www.camera.it/parlam/leggi/decreti/08112d.htm )

Il decreto è già stato pubblicato da più di un mese sulla Gazzetta Ufficiale quindi È GIÀ LEGGE!
Questa non è una protesta politica ma nell’interesse di tutti Aiutaci a mobilitare tutti perché questo decreto potrebbe cambiare irrevocabilmente l’aspetto dell’istruzione italiana e quindi del paese.
..UN POPOLO IGNORANTE E’ PIU’ FACILE DA COMANDARE!!. .noi non diventeremo le loro pecore!!..

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Sciocci Uomini

Inserito da 25 ottobre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Bufale e Hoax

Luana ci segnala questa storiella Norvegese

C’erano una volta due donne, molto amiche, che discutevano sempre animatamente. Un giorno, avendo esaurito tutti gli argomenti, cominciarono a parlare dei mariti. prima disse: “Mio marito è proprio stupido; è così tonto che posso fargli credere qualsiasi cosa!”
“Non e’ sicuramente scemo come il mio!” rispose l’altra. “Potrei raccontargli le fandonie più inverosimili: è così babbeo che ci crederebbe ciecamente!”
ogni caso, mio marito è più stupido!”
“No, il mio è più scemo!”
Nessuna delle due donne voleva cedere, così cominciarono a urlare e stavano quasi per prendersi per i capelli. La prima allora disse: “Non dobbiamo litigare per questo, sarebbe davvero sciocco; mettiamo i nostri mariti alla . Ci impegneremo ad abbindolarli con la storia più incredibile che ci verrà in mente e vedremo quale dei due si dimostrerà più idiota”.
Finalmente, si trovarono d’accordo. La prima donna, quella fattoria Nord, si rivolse al marito non appena questi ritornò dalla foresta: “Dio mio! Che aspetto spaventoso hai! Devi essere gravemente malato!”
“Niente affatto! Mi sento in ottima forma!” rispose il marito “Ho solo bisogno di bere e mangiare”.
“Dio mi è testimone!” affermò la donna. “Diventi ogni istante più pallido e hai lo sguardo di un morto; devi subito metterti a letto, non vivrai ancora per molto.”
Continuò ad insistere finché non riuscì a persuadere il marito di essere davvero in procinto di morire; così, lo fece stendere, gli chiuse gli occhi e gli avvicinò le mani sul petto. Poi, lo avvolse in un sudario e lo depose in una bara. Infine, fece qualche foro nelle assi di legno, in modo che potesse respirare e sbirciare fuori ogni tanto.
Nel frattempo, alla fattoria del Sud, l’altra donna prese un paio di cardi e si andò a sedere per cardare, ma non aveva la lana. Il marito, vedendola gesticolare nel vuoto, le disse: “Che donna stupida! Chi ha mai visto cardare senza lana!”
“Come, senza lana?” rispose la donna “Ce l’ho qui la lana, non la vedi? Bisogna ammettere che è molto sottile.”
Poi prese l’arcolaio e cominciò a filare. “Questa volta stai proprio vaneggiando!” disse l’uomo. “Rovinerai l’arcolaio se non ci metti sopra qualcosa!”
“Qualcosa? La tua vista si abbassa progressivamente: il filo è troppo sottile perché tu possa vederlo!”
Quindi preparò il telaio per tessere e si mise al lavoro; poi, tagliò il tessuto, cucì gli abiti per il marito e andò ad appenderli nel granaio. Il marito non osò proferire parola; non vedeva niente, né il tessuto, né il vestito, ma la moglie l’aveva convinto che l’abito fosse molto sottile…
Il giorno seguente, la moglie gli disse: “Oggi seppelliranno l’uomo della fattoria del Nord; dovrai indossare l’abito della festa per partecipare al banchetto organizzato per i funerali. Ti aiuterò ad infilarlo, dal momento che il tessuto è così sottile che rischi di lacerarlo se lo metti solo.”
Quando giunsero alla fattoria del Nord, i convitati avevano già iniziato a bere; ma quando videro il loro amico che si avvicinava senza vestiti addosso, scoppiarono a ridere a crepapelle. Il “morto”, nella sua bara, gettò un’occhiata fuori attraverso le fessure tra le assi: “Oh, oh! Ecco il contadino della fattoria del Sud che si presenta completamente nudo ai miei funerali!” E si mise a ridere anche lui.
Gli altri lo sentirono e si affrettarono a scoperchiare la bara.
“E’ una cosa proprio curiosa!” si disse l’uomo della fattoria del Sud vedendolo. “Il cosiddetto defunto sta ridendo e chiacchierando con i suoi amici, ma dovrebbe piangere!”
“Le lacrime non hanno mai sottratto nessuno alla morte!” gli rispose l’uomo della fattoria del Nord.
All’improvviso, i due mariti compresero di essere stati ingannati e che erano state proprio le loro mogli ad organizzare tutto; così, ritornarono a casa umiliati, giurando di vendicarsi a suon di bastonate.

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