La Bufala di Barilla e il suo grano ammuffito

Inserito da 12 Marzo, 2016 (0) Commenti

Si tratta di :Bufale e Hoax,Catene di Sant'Antonio

Si tratta di una Bufala è una notizia priva di fondamento.

Tecnicamente sono Chain Letters (bufale volte a danneggiare aziende)
tale tipologia di bufala appartiene alla sottofamiglia delle Catene di Sant’Antonio.

Ritorna prepotentemente la catena o Bufala del grano ammuffito usato per la Pasta Barilla.

Dalle segnalazioni emerge che :

Tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012, è cominciata a circolare in rete una bufala inquietante, secondo cui Barilla, azienda ormai in mani americane, farebbe uso di grano contaminato da micotossine e si darebbe a orrende speculazioni sulla materia prima.

Si comincia con il marchio Barilla diventato americano (non vero), si prosegue con assurde teorie sulle micotossine e sul grano ammuffito, dimenticando che il grano dopo la raccolta viene stoccato e conservato in silos proprio per evitare che ammuffisca. Tanto che nel sistema di allerta alimentare europeo che raccoglie oltre 3000 recall ogni anno, raramente si incontrano segnalazioni sul grano ammuffito.

Poi c’è l’immagine dei contadini del Sud-Italia affamati perché non possono più vendere il loro grano: molto suggestiva, ma poco attendibile, visto che Barilla importa il 30% di materia prima dall’estero (in genere si tratta di grano di ottima qualità ricco di glutine, perché in Italia non ne produciamo a sufficienza).

Sulle micotossine è meglio non approfondire, perché è proprio il grano italiano che spesso ha dei problemi. In ogni caso, ci sono limiti dell’Ue (ridotti da qualche anno) validi per tutti i paesi, Italia compresa. Per finire c’è l’appello a boicottare Barilla e gli altri marchi di proprietà dell’azienda. Nella lista troviamo anche Motta  che notoriamente è di Nestlé

Nonostante ciò, la bufala smascherata si è sgonfiata solo in parte. Da qualche mese, la storiella del grano ammuffito circola di nuovo in forma virale come e-mail, all’interno di una catena di Sant’Antonio. A rendere l’operazione ancora più autorevole e verosimile, è la presenza nella mail della firma di un’esperta del settore,  la dottoressa Giuliana Icardi dell’Università del Piemonte Orientale.

Non si tratta di un nome inventato: Giuliana Icardi esiste davvero e insegna prioprio dove la mail la colloca. Peccato che non abbia nulla a che fare né con la lettera, né con l’intera vicenda. Giuliana Icardi un mese fa circa ha  sottoscritto e reso pubblico un comunicato che tutti possono leggere e scaricare dalla nuova pagina che Barilla ha appositamente aperto sul proprio sito. Speriamo che questo basti a tagliare per sempre le gambe a certe bugie.

segue il testo della bufala

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Meglio essere informati e fare scelte consapevoli.
BARILLA non è più italiana ma americana e usa grano con tassi di micotossine altissimo (ammuffito), derivante da lunghi stoccaggi al prezzo più basso possibile. L’UE nel 2006 ha alzato con un colpo di mano i livelli accettati di micotossine presenti nel grano duro, di modo che tanti paesi potranno produrre grano duro in dei clima non adatti badando solo alla quantità, distruggendo i contadini del sud Italia il cui grano non contiene micotossine e portando al fallimento le industrie sementiere mediterranee. Per esportare pasta in USA (Canada) il grano deve avere un tasso di micotossine circa la metà rispetto a quello che la UE accetta per le importazioni di grano duro dagli stessi paesi, così succede che i prezzi internazionali del grano duro crollano. I commercianti italiani e i monopolisti internazionali acquistano al prezzo più basso possibile da contadini che hanno bisogno di soldi per pagare i debiti, per poi speculare quando tutto il grano è nei loro magazzini (ammuffito) gli stessi commercianti esportano il grano migliore italiano all’estero lucrandoci sul prezzo e importano grano ammuffito e radioattivo dall’estero per avvelenare il pane e la pasta venduti in Italia. Boicottare la Barilla è cosa saggia perché dobbiamo comprare solo pasta di grano duro coltivato in Italia e Biologico, senza micotossine, né pesticidi né OGM.
Barilla è presente anche con i seguenti marchi: Motta, Essere, Gran Pavesi, le Tre Marie, le Spighe, Mulino Bianco, Pavesini, Voiello, Panem.
Dott.ssa Giuliana Icardi Universita’ del Piemonte Orientale –
Biblioteca DiGSPES “N. Bobbio”Via Cavour, 84 15121 Alessandria Italia

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hai l’Alzheimer, prega che ti passa…

Inserito da 7 Febbraio, 2010 (0) Commenti

Si tratta di :Curiosità

Si ringrazia Stefano per la segnalazione di questa curiosa storiella:

Verso la fine di gennaio è stata diffusa la notizia di uno studio, condotto dall’Università di Padova su 64 pazienti e pubblicato sulla rivista Current Alzheimer Research, secondo il quale la religiosità rallenterebbe la progressione dell’Alzheimer. In particolare, il gruppo di pazienti con “basso livello di religiosità” avrebbe avuto una perdita delle capacità cognitive del 10% in più rispetto agli altri con un livello di religiosità più alto. Uno degli studiosi che ha condotto i testi, il professor Enzo Manzato, ha affermato non solo che – prevedibilmente – “gli stimoli sensoriali provenienti da una normale vita sociale rallentano il decadimento cognitivo”, ma ha aggiunto che “sembra essere proprio la religiosità interiore quella in grado di rallentare la perdita cognitiva”. Intervistato in merito, Manzato aveva persino affermato che: “Non si tratta quindi di una ritualità cui si associano determinati comportamenti sociali, bensì di una vera e propria tendenza a ‘credere’ in una entità spirituale”.
Guido Romeo, giornalista del “Il Sole 24?, scrive sul suo blog che in realtà, leggendo il paper originale della ricerca in questione, le conclusioni sono un po’ diverse da come sono state presentate dai media, che hanno parlato di scoperta sensazionale. Per prima cosa, i ricercatori “hanno trovato un’associazione e non una correlazione” tra l’essere religiosi e la progressione più lenta dell’Alzheimer e non “un legame causale netto come invece titolato nel comunicato”. Gli autori, inoltre, “sono molto chiari e onesti nel dire che, purtroppo, non hanno gli strumenti per isolare l’importanza delle interazioni sociali nel rallentamento della malattia”, quindi ad esempio quanto incida la credenza in sè. Inoltre, lo stesso professor Manzato, che ha fatto certe dichiarazioni sui media, “non è nè ‘primo autore’, nè ‘ultimo nome’ (le posizioni solitamente riservate a chi ha effettivamente svolto la ricerca e chi l’ha supervisionata, tipicamente il capo del laboratorio), quindi forse non è il più titolato per spiegare il significato di questi studi”.
Romeo parla esplicitamente di “balla”, dato che ricercatori, al contrario di ciò che ormai è stato diffuso a livello mediatico, non hanno trovato correlazione tra livello di religiosità e progressione dell’Alzheimer.

fonte :  http://www.uaar.it/news/2010/02/06/religiosita-rallenta-alzheimer-bufala-corre-sul-web/

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Tam Lin

Inserito da 22 Novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Asako ci segnala questa storiella

C’era una volta la figlia di un nobile, che si chiamava Janet. Janet aveva un carattere molto avventuroso, ed un giorno decise di uscire per andare ad esplorare una foresta cupa che si trovava vicino a casa sua. Girovagò a lungo, finché in una radura vide delle splendide rose selvatiche e pensò di coglierle per fare un regalo a sua madre e alle sue sorelle che non amavano andare in giro come lei. Aveva appena colto una rosa, quando venne fuori dalla terra un giovane cavaliere, che le disse: Come osi cogliere quelle rose? Janet gli rispose: Volevo fare un regalo a mia madre e alle mie sorelle! Allora il cavaliere rispose: In realtà, anche se devo vegliare su questa foresta, a te regalerei qualsiasi cosa. Janet gli chiese allora il suo nome e lui rispose: Mi chiamo Tam Lin! Janet ebbe paura, perché sapeva che apparteneva al popolo degli elfi. Ma Tam Lin le raccontò la sua storia.
Io sono umano come te. Tanti anni fa, ero in questi boschi con mio zio quando fui rapito dalla Regina degli Elfi: mi sentii di colpo stanco, mi addormentai e al mio risveglio mi trovavo nel regno degli Elfi. Da allora di giorno devo fare la guardia a questa foresta, e di notte devo tornare nel regno, dove sono prigioniero della Regina. Vorrei tanto che qualcuno mi aiutasse a vincere quest’incantesimo!
Janet gli rispose: Vorrei aiutarti, c’è un modo per farlo? Tam Lin allora le disse: Stanotte è Halloween: il popolo degli Elfi cavalca sulla Terra. Tu vai al crocevia prima di questa foresta ed aspettami passare. Poi aggrappati a me, e qualsiasi cosa succeda non mi lasciare!
Janet aspettò la cavalcata degli Elfi al crocevia e quando vide Tam Lin apparire, gli si buttò addosso e lo strinse a sé. Di colpo Tam Lin diventò una piccolissima lucertola, poi un serpente spaventoso, poi una barra di ferro arroventato, ma niente: Janet non lo lasciava andare. Allora la Regina degli Elfi capì che aveva perso.
Tam Lin rimase con Janet, la sposò e vissero per sempre felici e contenti, vicini a quella foresta magica che li aveva fatti incontrare.

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Rosellina e Ledaccia

Inserito da 17 Novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Cristina ci segnala questa storiella

C’era una volta un re che era rimasto vedovo con l’unica figlia, che si chiamava Rosellina. Poco tempo dopo si risposò con una donna che aveva un’unica figlia di nome Leda, ma che era così antipatica da essere soprannominata da tutti Ledaccia. In breve tempo Rosellina dovette cominciare a fare tutti i lavori più ingrati. Un giorno fu mandato nella foresta a prendere una scure che era stata dimenticata. C’erano tre colombe nella foresta, a cui Rosellina offrì del pane che aveva nella borsa.
Le tre colombe allora dissero: Voglio che sia bella il doppio che è! Voglio che i suoi capelli si trasformino in fili d’oro! E voglio che ogni volta che ride le escano delle perle dalla bocca! Rosellina tornò a casa e suscitò la gelosia della matrigna che mandò invece Ledaccia nel bosco. Ma Ledaccia cacciò via le tre colombe, che allora dissero: Voglio che diventi ancora più brutta! Voglio che i suoi capelli diventino un nido di spine! Voglio che ogni volta che ride esca dalla sua bocca un rospo.
Ledaccia riarrivò a casa e dopo che sua madre vide cosa le era successo, il suo odio per la figliastra aumentò. La fece imbarcare su una barchetta e la lasciò ai flutti. Rosellina naufragò su una spiaggia su cui trovò un cervo, un pino ed un usignolo, che diventarono i suoi unici amici. Per diverso tempo visse con loro, fin quando non passò di lì un principe, che si innamorò di lei e volle portarla al palazzo. Rosellina accettò a patto di portarsi dietro i suoi tre amici.
La notizia del suo prossimo matrimonio giunse alla sua vecchia casa. La matrigna e Ledaccia riuscirono a farsi ammettere in sua presenza e le buttarono addosso una camicia che la trasformò in un’oca d’oro. Allora l’usignolo e il cervo andarono da una maga che disse loro che far ritornare Rosellina normale dovevano cospargerla con gli aghi di pino.
Il principe era molto infelice per la perdita della sua fidanzata: ma un giorno sentì un usignolo che cantava fuori dalla sua finestra e un cervo che batteva. Gli aprì e loro entrarono ed andarono nella cucina, dove era nascosta l’oca d’oro, e la cosparsero degli aghi che avevano tenuto nelle zampe e nelle corna. La principessa ridiventò normale, sposò il principe e visse felice e contenta con lui ed i suoi amici della natura.

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Il bambino d’oro e il bambino d’argento

Inserito da 15 Novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Elisa ci manda questa storiella

Niame, il più potente fra i maghi del cielo, viveva in una fattoria posata sopra un bellissimo tappeto di nuvole. Un giorno decise di prendere moglie e invitò a presentarsi le quattro fanciulle più belle della sua tribù. Poi domandò a ciascuna:
– Che cosa faresti, per me, se io ti sposassi?
La prima, che si chiamava Acoco, dichiarò:
– Spazzerei la fattoria e governerei la tua casa.
E la seconda:
– Cucinerei ogni giorno per te le pietanze migliori.
E la terza:
– Filerei montagne di cotone e andrei tutti i giorni ad attingere l’acqua.
E la quarta:
– Io, Niame, ti darei un figlio tutto d’oro.
Naturalmente Niame scelse l’ultima e ordinò di preparare la cerimonia per le nozze. Acoco fu molto contrariata per la scelta fatta da Niame; si rodeva di invidia e di gelosia. Seppe tuttavia nascondere molto bene i propri sentimenti e riuscì a rimanere presso la giovane regina come dama di compagnia.
I due sposi vivevamo felicemente e avevano già preparato la culla in attesa del bambino tutto d’oro, quando Niame dovette partire, per visitare una sua grande fattoria. Proprio durante la sua assenza, alla regina nacquero due gemelli: uno tutto d’oro, l’altro tutto d’argento. La perfida Acoco, non appena li vide, prese i due bambini, li chiuse in un cestello e fuggi con essi in mezzo al bosco; poi nascose il cestello nel tronco vuoto di un albero. Nella culla al posto dei bambini, mise due orribili ranocchi. Quando Niame fu di ritorno, Acoco gli corse incontro:
– Affrettati, Niame! – gridò. – Vieni in casa a vedere i tuoi figli!
Niame si affrettò, ma quando vide nella culla le due brutte bestie, rimase male. Comandò che i ranocchi fossero uccisi e la regina esiliata proprio ai confini del regno, in una capanna solitaria.
Intanto il destino volle che un cacciatore passasse vicino all’albero morto dove stava nascosto il cestello con i due bambini dentro. L’uomo scorse un luccichio e si avvicinò.
– Che cosa è questo ?- si chiese.
– Siamo figli di Niame – risposero i bambini.
Il cacciatore raccolse il cesto, lo aprì, e restò ammirato davanti alla bellezza dei due piccoli. Era poverissimo, ma li portò a casa sua e li allevò con amore, senza rivelare a nessuno dove li avesse trovati.
I due bambini crescevano buoni, obbedienti e abili in tutte le cose. Quando il cacciatore aveva bisogno di denaro, raccoglieva la polvere d’oro e d’argento che cadeva di continuo dai loro corpi e andava in città a comperare quando gli era necessario. A poco a poco divenne un uomo molto ricco, e sostituì la misera capanna con un ampia fattoria.
Un giorno il cacciatore venne per caso a sapere che i due bambini erano figli del re e allora, sebbene a malincuore, decise di riportarli al padre. Giunti alla fattoria di Niame, il cacciatore chiamò il re fuori dal recinto e gli disse:
– Vieni a vedere quali esercizi sa fare questo ragazzo d’argento!
Niame uscì e restò ammirato dell’abilità straordinaria del giovane. Intanto il ragazzo d’oro aveva cominciato a cantare in modo meraviglioso e cantando narrava la propria storia: la promessa della mamma, la perfidia di Acoco e la bontà del cacciatore che li aveva allevati e amati come figli.
Niame stupito e commosso abbracciò i figli, fece richiamare la regina dall’esilio e ordinò alle schiave di pettinarla e rivestirla di abiti regali. Poi andò da Acoco, la trasformò in una gallina e la scaraventò sulla terra. Infine lodò molto il buon cacciatore e lo rimandò a casa carico di regali.
Ancora oggi i due figli di Niame vanno a fare il bagno nel grande fiume che scendeva a cascata sulla terra; allora un po’ della loro polvere d’oro e argento arriva fino a noi e quelli che la trovano diventano molto ricchi.

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Il genio del fiume

Inserito da 13 Novembre, 2008 (0) Commenti

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Marcella ci segnala questa storiella

Il giovane Ghiase aveva visto una volta solo la bellissima Emme, ma si era convinto che ella era la più bella fanciulla di tutta la regione. Senza perdere tempo, Ghiase chiese ai genitori di Emme che gli concedessero la figlia in sposa; poi tornò al suo villaggio, a fare i preparativi per le nozze. Il giovane felice, decantava ai parenti e agli amici la bellezza della sposa. Il padre di Emme era un uomo molto ricco e, desiderando che la figlia arrivasse al villaggio dello sposo con un seguito conveniente, comprò per lei la più bella schiava e diede ordine alla figlia minore di seguire la sorella. Così Emme, finalmente pronta per le nozze, lasciò la sua casa accompagnata dalla schiava e dalla sorella più piccola; dovevano camminare tutto il giorno per arrivare al villaggio di Ghiase, ma erano allegre e contente e non sentivano la stanchezza. Poco prima del tramonto le tre ragazze arrivarono in vista del villaggio; si trovavano, in quel momento, sulla riva di un fiume ed ebbero l’idea di fare un bagno per togliersi di dosso la polvere della strada. Il fiume era abitato dal genio dell’acqua, il quale aveva potere lungo tutto il suo corso; ma Emme non lo sapeva e fu la prima a scendere verso la riva e a mettere i piedi nell’acqua fresca, mentre la sorellina era ancora indietro e la schiava la guardava. Ora dovete sapere che la schiava si era accorta che il genio guardava verso di loro, ma non volle trattenere Emme; anzi, le diede una spinta, e la fanciulla cadde proprio vicino al genio, che l’afferrò e se la portò via nel fondo. La sorellina cominciò a piangere, ma la schiava la minacciò:
– Se continui a piangere, ti butto nel fiume, dove farai la fine di tua sorella! Guai a te se racconterai a qualcuno quello che hai visto ! Vieni con me e tieni sempre la bocca chiusa!
Detto questo, diede il suo fagotto alla bambina e si avviò verso il villaggio di Ghiase. Quando Ghiase vide ferma davanti alla sua porta la giovane con la bambina rimase un po’ male, perché gli sembro di non riconoscere in lei la sposa bellissima che si era scelto. Ma pensò che forse il viaggio l’aveva stancata e fece entrare la giovane nella sua capanna, perché si riposasse. Poi riunì tutta la comunità per organizzare i giochi e i banchetti; ma quelli che venivano davano uno sguardo alla
schiava e poi dicevano tra loro :
– E questa sarebbe la bellezza che Ghiase ha tanto decantato?
Ma badavano bene che Ghiase non udisse, perché tutti gli volevano bene e non volevano dargli un dispiacere. Intanto i giorni passavano e Ghiase, per un motivo o per un altro, rimandava sempre la cerimonia delle nozze. La donna aveva presentato la sorellina di Emme come una piccola schiava al suo servizio; la trattava malissimo, rimproverandola sempre e picchiandola con un bastone. Ogni giorno pretendeva che andasse al fiume con brocche grandissime ad attingere l’acqua fresca. La bambina avrebbe voluto ribellarsi e raccontare a Ghiase quanto era accaduto al fiume, ma poi il timore della schiava la faceva tacere. Ghiase, che si era accorto di questi maltrattamenti, un giorno domandò alla schiava:
– Perché sei così crudele con questa bambina?
– Perché ha un carattere cattivo e ribelle.
– Prova ad essere più buona con lei – le disse allora Ghiase – e vedrai che ti obbedirà.
La schiava non rispose, ma appena Ghiase se ne fu andato, riprese a trattarla male. Un giorno andò al fiume a prendere l’acqua, ma la brocca era così piena e così pesante che ella non riuscì assolutamente a metterla sul capo: allora sedette sulla riva e si mise a piangere disperatamente.
Improvvisamente, dalle acque del fiume uscì una bellissima fanciulla: era Emme, che, udendo il pianto della sorellina, aveva pregato il genio di lasciarla uscire dal fiume un solo momento, per aiutarla. Il genio aveva acconsentito, perché sapeva bene che Emme ormai non poteva più sfuggire al suo potere. Quando la bambina vide la sorellina, si mise a piangere più forte:
– Non devi abbandonarmi! – singhiozzava, raccontando le sue sventure – La schiava mi maltratta, mi picchia con un bastone….
– E Ghiase? – domandò Emme.
– Ghiase non l’ ha ancora sposata; ogni giorno rimanda le nozze.
– Sta’ tranquilla, sorellina; un giorno tutte le nostre sventure avranno fine.
E così dicendo, la bella Emme si rituffò. La sorellina tornò a casa un po’ consolata, ma la schiava, vedendola così tranquilla, raddoppiò i maltrattamenti, anche per sfogare su qualcuno la rabbia per quel matrimonio continuamente rimandato. Così passarono alcuni giorni. Una mattina, mentre la bambina sulla riva del fiume chiamava la sorella, passò di li un cacciatore amico di Ghiase.
Sentendo i pianti e le grida d’invocazione della piccola, il cacciatore si nascose dietro un gruppo di alberi e rimase a guardare; così poté vedere le acque del fiume aprirsi e una bellissima fanciulla venire sulla riva a consolare la bambina e ad aiutarla ad attingere l’ acqua. Quando la fanciulla fu nuovamente scomparsa nel fiume, il cacciatore si mise a correre e, in un batter d’occhio, arrivò al campo dove Ghiase stava lavorando.
– Ghiase, – gli disse tutto affannato – ho lasciato proprio adesso, sulla riva del fiume, quella schiava che è arrivata al villaggio insieme con la tua promessa sposa.
– Ebbene? – domandò Ghiase, che non poteva sentir parlare della sua promessa sposa senza che gli si stringesse il cuore.
– Ebbene, ascolta: ella ha chiamato e pianto, e dal fiume è uscita una bellissima fanciulla che la bambina chiamava Emme…
– Emme? !Ma…
– Lo so; questo è il nome della tua sposa; credo di aver capito tutto, Ghiase. La fanciulla del fiume è la tua vera fidanzata, che il genio dell’ acque ha rapita; questa, che sta al villaggio, è una bugiarda…
– Si, si, così deve essere. Domani verrò anche io al fiume.
Infatti, la mattina dopo, mentre la bimba sulla riva chiamava e piangeva, Ghiase e il cacciatore se ne stavano dietro un gruppo di alberi e guardavano attentamente il fiume. Quando Emme comparve Ghiase gridò:
– E lei!
I due giovani tornarono al villaggio pensando al modo migliore per sconfiggere il genio dell’acqua.
– Soltanto la vecchia del fiume può aiutarti – disse infine il cacciatore.
– E’ vero – esclamò Ghiase.
La vecchia del fiume viveva, da cento e più anni, in una capanna vicinissima all’acqua, la sua capanna resisteva anche alle piene, perché le onde, invece di aumentare, da quella parte si ritiravano lasciandola all’asciutto. Ghiase le raccontò tutta la sua storia. Alla fine, la vecchia disse:
– Si può tentare qualche cosa; portatemi una capra bianca, una gallina bianca, una pezza di stoffa bianca e un cesto di uova; poi lascia fare a me.
Ghiase procurò tutto quello che la vecchia gli aveva chiesto, ma dovettero passare ancora sette giorni, perché arrivasse il tempo propizio. Finalmente la vecchia se ne andò sola sulla riva del fiume, spinse nell’acqua la capra bianca, e la gallina bianca, vi getto a una a una le uova e, per ultimo, stese sull’acqua la pezza di stoffa bianca, che la corrente si portò via. Subito dopo, le acque si aprirono e la bella Emme salì sulla riva.
– Benvenuta, Emme! – le disse la vecchia. – Non aver timore: io ti sono amica e ti aiuterò
Prese per mano la fanciulla, la condusse nella capanna e la nascose nella parte più interna e più buia.
Poco dopo, arrivò Ghiase con l’amico cacciatore: potete immaginare quale fu la gioia dei due sposi, quando si trovarono finalmente riuniti. Emme chiese subito della sorellina e Ghiase mandò il suo amico cacciatore sulla riva del fiume; appena la piccola, come ogni giorno, comparve con la sua grande brocca per attingere l’acqua, il cacciatore la prese per mano e la condusse alla capanna della vecchia. Quale fu la gioia delle due sorelle quando poterono riabbracciarsi! Piangevano e ridevano
insieme, col cuore pieno di felicità. Infime Emme disse alla sorellina di tornare a casa e le diede istruzioni su quello che doveva fare. La bambina corse via tutta allegra, entro nella capanna, dove la schiava stava seduta, pensando piena di rabbia a come potesse costringere Ghiase a sposarla, e gridò
– Tu sei una donna cattiva, hai voluto uccidere Emme e hai ingannato Ghiase e per questo sarai trattata come meriti!
La schiava balzò in piedi:
– Dove hai trovato tanto coraggio, piccola sciagurata? Adesso ti sistemo io!
Prese il bastone e si mise a rincorrere la bambina, che, uscendo dalla casa, cominciò a correre a tutta velocità verso la capanna della vecchia del fiume, dove l’aspettavano Emme e gli altri. Appena arrivata la piccola infilò la porta e la schiava, dietro; ma sulla soglia comparve Emme in tutta la sua bellezza e la schiava, vedendola, rimase così meravigliata che non seppe più che cosa fare.
Ricominciò a correre, ma in senso opposto, cosicché, a un certo punto, si trovò sulla riva del fiume e cadde nell’acqua. Subito il genio la trascinò giù e la tenne prigioniera al posto di Emme. Così Emme e Ghiase poterono finalmente sposarsi e vivere a lungo insieme, senza che nulla ormai turbasse la loro felicità.

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Fratelli gemelli

Inserito da 11 Novembre, 2008 (0) Commenti

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Paola ci invia questa storiella

Una donna aveva due figli gemelli, ai quali aveva messo nome Lemba e Mavungu. Il giorno della loro nascita, uno stregone aveva consegnato alla mamma due pietre tonde e lisce.
– Questi saranno i talismani dei tuoi figli: – le aveva detto – appendili al loro collo e, quando saranno grandi, di loro che non se li tolgano mai.
Cosi la donna aveva fatto, e i ragazzi erano cresciuti ed erano diventati due bellissimi giovani. Un giorno, Mavungun, stanco della solita vita, decise di partire.
– Io non ho niente in contrario; – disse la madre – ma siamo talmente poveri, che non posso darti niente da portare con te.
– Questo non importa:- rispose il giovane – è ormai il momento di mettere alla prova la potenza del mio talismano.
Salutò la madre e il fratello e si diresse verso la foresta. Qui giunto, colse alcuni fili d’erba, li tocco con il talismano e…
– Che tu sia un cavallo! – disse, buttando per terra il filo più lungo.
– Che tu sia un coltello! – continuò, piegando un altro filo d’erba.
– Che tu sia un fucile! – comandò a un terzo filo d’erba.
Immediatamente un bel cavallo scalpitò davanti a lui, un coltello s’infilò nella sua cintura e un bellissimo fucile appeso alla sua spalla. Mavungun, tutto contento, salì sul cavallo e partì. Cavalcò per parecchio tempo, finché a un certo punto, si sentì stanco e affamato.
– Talismano mio, mi farai morire di fame? – disse, toccando la pietra.
Subito, davanti a lui, apparve un sontuoso banchetto. Il giovane scese da cavallo, mangiò e bevve a sazietà, poi tutto allegro riprese il viaggio.
Dovete sapere che, non lontano dal posto dove Mavungun si era fermato a mangiare, c’era una bellissima città. Essa era governata da un re che aveva una figlia, assai capricciosa. La fanciulla era in età da marito, ma, per quando già molti l’avessero chiesta in sposa, ella aveva rifiutato a tutti la sua mano. Mavungun giunse nella città e si fermò sulla riva del fiume. Qui c’era anche la fanciulla, con molte altre compagne; appena vide il giovane straniero, tornò di corsa dal padre e dalla madre e disse loro:
– Ho visto l’ uomo che voglio per marito e morirò se non lo sposerò!
Il padre mandò i suoi schiavi incontro al giovane straniero e lo invitò a banchetto nella sua casa.
Mavungun fece al re un’ottima impressione, tanto che, quando il giovane gli offrì molto doni preziosi, non esitò a proporgli di sposare la figlia. Così, con grande allegria e gioia per tutti, si celebrarono le nozze. Nella casa degli sposi c’erano tre grandi specchi accuratamente coperti.
Mavungun, preso da una grande curiosità, volle sapere perché fossero coperti. La moglie gli rispose che era molto pericoloso guardarvi, ma Mavungun insistette tanto che la fanciulla alzò la stoffa che ricopriva il primo specchio e… subito il giovane vide la sua città natale, con tutte le sue strade e la sue casa.
– Chi guarda in questo specchio, – disse allora la moglie – vede la città nella quale è nato. Nell’ altro specchio, ciascuno vede le città che conosce e che ha visitato nei suoi viaggi.
E così dicendo, scoprì il secondo specchio.
– E il terzo specchio?
– Il terzo non lo puoi scoprire perché vedresti l’immagine della città dalla quale non si torna.
– Fammela vedere ! – gridò Mavungun, e strappò la tela.
L’immagine che gli apparve era terribile, ma il giovane la fissò intensamente e si sentì preso da un grande desiderio di andare in quella città.
– Ti scongiuro, non andarci, perché non tornerai mai più! – lo implorò la moglie.
Ma il giovane era deciso; prese il suo cavallo e partì. Cavalcò e cavalcò per tanti mesi, finché un giorno, guardandosi intorno, vide una vecchia, che stava seduta presso un mucchio di sassi bianchi e neri.
– Vecchia, hai un po’ di fuoco per la mia pipa? – chiese Mavungun.
– Scendi da cavallo e avvicinati – rispose la donna.
Mavungun si avvicinò, ma appena la vecchia gli ebbe toccato la mano, il giovane fu trasformato in una pietra nera e il suo cavallo in una pietra bianca. Il tempo passava, e Luemba era molto meravigliato che il fratello non avesse mai mandato sue notizie; così un giorno; decise di andare alla sua ricerca. Se ne andò nella foresta, colse un pugno d’erba e, per opera del suo talismano, fece trasformare un filo in un cavallo, un secondo filo in un coltello e un terzo filo in un fucile e poi
partì. Dopo parecchi giorni arrivò nella città in cui Mavungun aveva preso moglie.
– E’ tornato Mavungun, lo sposo della figlia del re!
Appena sceso da cavallo, vide una bellissima fanciulla, che gli veniva incontro dicendo:
– Finalmente sei tornato.
Luemba cercò di spiegare che non era Mavungun.
– Vuoi scherzare, marito mio – lo interruppe la donna, e si mise a ballare per la gioia.
Luemba tentò invano di spiegare chi fosse, ma né la moglie del fratello, né il re, né gli altri abitanti vollero credergli; alla fine, anzi, nessuno stette più ad ascoltarlo. Perciò il giovane dovette tacere e indagare per conto suo, per scoprire che fine avesse fatto Mavungun. L’occasione si presentò subito, perché, quando Luemba entrò in casa, la moglie del fratello gli disse ridendo:
– Spero che avrai perso la voglia di guardare negli specchi!
– No, invece; – disse subito Luemba, – anzi, ti prego di farmeli rivedere.
Questa volta la giovane non si fece pregare e Luemba poté vedere la città dove era nato, poi i luoghi che aveva attraversati viaggiando, e infine guardò interessato la città dalla quale non si torna. Capì subito che quello era il posto dove il fratello era andato e dal quale non era tornato; perciò, senza perdere tempo, disse:
– Mi ricordo ora di aver lasciato laggiù una cosa molto importante. Vado e ritorno al più presto.
– Va pure, marito mio; sei appena arrivato, ma, se pensi di dover ripartire, io ti aspetterò. Ma fa presto.
Luemba montò a cavallo, prese il coltello e il fucile e corse via al galoppo. Cavalca cavalca, eccolo arrivare in vista del mucchio di pietre sbianche e nere; Accanto al mucchio, stava seduta la solita vecchia.
– Vecchia, hai un po’ di fuoco per la mia pipa? – domandò Luemba.
– Scendi da cavallo e avvicinati – rispose la vecchia.
Luemba scese da cavallo, ma invece di stendere la mano verso la donna, le scagliò addosso il suo talismano. Fu un attimo: il terreno si aprì e la vecchia scomparve mandando un grido terribile.
Subito Luemba si avvicinò al mucchio di pietre e cominciò a toccarle con il suo talismano: le pietre nere si trasformarono in tanti giovani e le pietre bianche in altrettanti cavalli. Naturalmente in mezzo agli altri, Luemba riconobbe subito Mavungun, e i due fratelli si abbracciarono con molta gioia. Poi rimontarono a cavallo e, senza indugiare, tornarono nella città dove la moglie di Mavungun aspettava pazientemente il marito. Potete immaginare quale fu la meraviglia di tutti, nel vedere i due fratelli così uguali l’uno all’altro. Vi furono grandi feste, che durarono tre giorni e tre notti e fu ordinato un sontuoso banchetto al quale parteciparono tutti gli abitanti della città. Poi Luemba ripartì e torno nel villaggio natale: la madre ansiosa gli corse incontro chiedendogli notizie di Mavungun; egli la rassicurò sulla sua salute e le raccontò quando era accaduto; poi la condusse nella città dove Mavungun era diventato l’erede del re e là ella trascorse felice i suoi ultimi giorni.
Nel frattempo Mavungun e la moglie entrati in casa s’accorsero che i tre specchi non c’erano più, infatti la magia aveva voluto che nello stesso momento in cui la vecchia era scomparsa, scomparissero anche le tre lastre lucenti. E così nessuno ha più saputo dove fosse la città dalla quale non si tornava più indietro.

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Huang e il genio del tuono

Inserito da 7 Novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Bufale e Hoax

Ilaria ci segnala questa storiella cinese

Il giovane Huang era buono e generoso, tanto generoso che tutti, nel villaggio, tessevano le sue lodi. Questo a Huang non faceva molto piacere, perché, oltre a tutte le altre virtù, aveva anche quella della modestia, perciò cercava di beneficare il prossimo di nascosto, ma la cosa veniva a risapersi lo stesso.
Un giorno il suo amico Sia morì, lasciando sei piccoli fratelli e la vecchia madre. I poveretti non avevano più nessuno al mondo che si prendesse cura di loro, perché i ragazzi erano ancora troppo piccoli per lavorare, e la madre troppo vecchia.
Senza pensarci due volte, Huang decise di provvedere all’infelice famiglia e comprò cibo e vestiti per tutti, provvedendo anche alle altre necessità della casa. Ma sette bocche costano molto, e in poco tempo il giovane vide sfumare tutte le sue ricchezze e si trovò ridotto in miseria.
– Non posso andare avanti così – pensò un giorno. – Sono sempre stato uno studioso, e non so far altro che scartabellare dei libri. Nessuno mi prenderebbe a lavorare, perché non so far niente; non mi resta che dedicarmi al commercio.
Allora ripose libri, pennelli, carta di seta, e sebbene il cuore gli dolesse nel rinunciare così a tutto ciò che lo aveva appassionato fino a quel giorno, si dette d’attorno per negoziare in mercanzie.
Tutti cercarono di aiutarlo nel villaggio, perché avevano capito quando fosse stato un grande il suo sacrificio; e ben presto il giovane Huang incominciò a far fortuna e, da povero letterato che era divenne un ricco mercante.
Un giorno, tornando da Nanchino, si fermò in una locanda per riposare. Ordinò una tazza di tè e stava sorbendola, quando vide entrare nella locanda un uomo altissimo e magro, tanto magro che sembrava proprio uno scheletro rivestito di pelle.
L’uomo sedette in disparte e rimase silenzioso stringendosi la testa fra le mani. Pieno di compassione, Huang si alzò e gli si avvicinò.
– Vi sentite male signore? – chiese. Ma l’altro scosse la testa e non rispose.
Allora il giovane mercante si guardò intorno, e visto sopra un tavolinetto un piatto pieno di riso e di altre vivande, lo prese e lo posò davanti allo sconosciuto. L’altro si gettò sul cibo con incredibile avidità, e in un baleno aveva divorato ogni cosa.
– Ancora, amico mio? – domandò Huang.
E senza aspettare risposta ordinò un pranzo completo per due persone. Lo sconosciuto non si fece pregare e spolverò tutto in un batter d’occhio. Quando ebbe vuotato tutti i piatti, si alzò e si inchinò profondamente davanti a Huang.
– Erano tre anni che non saziavo il mio appetito in questo modo! – esclamò.
Huang lo guardò con stupore.
– Vorreste dirmi come vi chiamate e dove abitate? – domandò.
– Non posso rivelarvi il mio nome – rispose lo strano viaggiatore. – e in quando alla mia abitazione, sappiate che non ne ho.
Huang non fece altre domande, poiché comprese che lo sconosciuto non gli avrebbe
detto di più; ma essendosi ormai riposato ordinò ai servi di preparare i bagagli per il viaggio. Quando fu sul punto di ripartire, vide con sorpresa che l’uomo magro si preparava a partire insieme con lui.
– Signore, – gli disse con gentilezza – voi non potete venire con me.
– Amico mio, voi siete in grave pericolo, – rispose lo sconosciuto – e io non posso dimenticare il bene che mi avete fatto.
Huang lo tempestò di domande, ma lo straniero non aprì più bocca; allora si rimise in viaggio rassegnato ad avere l’altro come compagno. Si fermarono una seconda volta per mangiare, e Huang ordinò un pranzo abbondantissimo ma lo straniero scosse la testa.
– Io mangio soltanto una volta all’anno – dichiarò – Non vi preoccupate per me.
Sempre più meravigliato, Huang fu persuaso che l’uomo non poteva essere che un genio, e lo trattò con gentilezza anche maggiore. Infine venne il momento di percorrere un lungo tratto di fiume sopra una giunca, ma erano appena imbarcati, che si scatenò una violenta tempesta, con un vento così forte e onde tanto alte che la giunca si capovolse e tutti i passeggeri furono scaraventati nell’acqua.
Molti di essi affogarono, e sarebbe forse annegato anche Huang, se lo straniero non se lo fosse caricato sopra le spalle, nuotando poi fino a una giunca che, miracolosamente, non si era rovesciata.
Nel frattempo il vento si calmò, e anche le acque ritornarono tranquille; ma tutte le
mercanzie erano cadute nel fiume durante il naufragio, e Huang, sebbene fosse salvo, ormai era ridotto povero in canna. Salì a bordo angosciato, pensando con rammarico a tutte le sue mercanzie perdute, quando vide lo sconosciuto salire sul bordo dell’imbarcazione e gettarsi nel fiume a testa in giù.
Scomparve fra le acque, e riemerse poco dopo reggendo fra le braccia una parte dei bagagli di Huang. Li lasciò sul ponte e si tuffò di nuovo. Così a poco a poco Huang si trovò in possesso di tutti i suoi beni. Infine lo straniero risalì a bordo.
– Non so proprio come ringraziarvi – esclamò Huang commosso e ancora stupefatto.
– Ho soltanto saldato il mio debito, -rispose lo straniero – e adesso posso lasciarvi.
– Oh, no! – supplicò Huang. – Rimanete con me e termineremo insieme il viaggio!
Sembrava che l’uomo non chiedesse di meglio; subito aiutò Huang a contare e riordinare i bagagli e domandò:
– Manca nulla?
– Soltanto uno spillone d’oro – rispose il giovane mercante.
L’uomo si tuffò subito e poco dopo riapparve stringendo in mano lo spillone. Huang, più che mai sbalordito, non sapeva come dimostrare la propria riconoscenza allo straniero.
Infine pregò:
– Se non sapete dove andare, venite a casa mia e vivete con me.
L’uomo accetto e, giunti al termine del viaggio, si sistemarono insieme nella casa di
Huang.
Quando furono passati dodici mesi dal giorno del loro incontro, Huang fece preparare un banchetto abbondantissimo e prelibato, poiché ricordava che lo straniero mangiava soltanto una volta all’anno. Ordinò per cento persone, ma l’uomo divorò tutto in un baleno.
Quando ebbe finito, si inchinò ancora profondamente davanti a Huang, e lo ringraziò con affetto.
– Non ho mai conosciuto un uomo come voi – gli disse. – Voi pensate sempre al bene degli altri, e mai al vostro!
Huang si sentì tutto confuso, perché non gli sembrava di meritare quegli elogi, ma l’uomo proseguì:
– Tra poco dovrò lasciarvi, e questa volta per sempre. Sappiate che io sono il Genio del Tuono, e fui condannato a errare per cinque anni sulla terra.
Udendo questo Huang si sentì tutto confuso, perché non gli sembrava di meritare quegli elogi, ma l’uomo proseguì:
– Esprimete qualsiasi desiderio, e io lo esaudirò.
In quel momento il cielo si coperse di nubi, e si sentì il rombo del tuono. Allora Huang ebbe un idea.
– Vorrei fare una passeggiata fra le nuvole.
Il Genio del Tuono si mise a ridere, e rideva ancora quando Huang si trovò seduto sopra una nuvola che viaggiava dolcemente nello spazio infinito. Sulle prime ebbe una gran paura, ma poi alzò gli occhi e vide nella volta celeste una miriade di stelle splendenti come gemme in un diadema.
Protese la mano, e la stella più vicina gli cadde nella manica. Poi, guardandosi intorno, vide venire un carro dorato, chiuso da cortine di seta grigia e trascinato da due draghi che galoppavano sollevando e abbassando il dorso. Le loro code ondeggianti facevano il rumore che produce una frusta sopra un piatto di bronzo.
Attraverso le cortine si scorgeva dentro il carro una fata bellissima che aveva vicino un grosso tino pieno d’acqua. Dietro il carro venivano molte persone, e fra esse, c’era il Genio del Tuono. Questi si avvicinò a Huang e lo prese per mano sorridendo; poi lo condusse verso il carro.
– Questa è la Fata della Pioggia – disse. – In questo momento è molto adirata con gli
uomini e ha deciso di non lasciare più cadere sulla terra una goccia d’acqua, condannando così le campagne a una tremenda siccità.
Poi il Genio del Tuono si inchinò alla fata e disse, indicando Huang:
– Questo giovane è un mio amico.
La Fata abbassò la testa sorridendo graziosamente, e indicò a Huang alcune secchie di rame che stavano appese intorno al carro. Il giovane ne prese una, poi si rivolse al Genio per avere spiegazioni.
L’uomo fece un gesto, e improvvisa mente le nuvole si squarciarono; Huang poté vedere il suo villaggio e le campagne intorno, arse per la siccità. Allora capì ciò che doveva fare: immerse la secchia nel tino, senza che la Fata si opponesse, lasciò cadere l’acqua nello squarcio delle nuvole e ripeté quel gesto alcune volte. Alla fine il Genio disse:
– Adesso dovete ritornare sulla terra. Dietro il carro pende una corda; afferratevi a quella e non abbiate paura.
Veramente Huang aveva moltissima paura; ma quando si accorse che tutti ridevano
intorno a lui, si fece coraggio, afferrò la corda con le due mani e si lasciò scivolare, un attimo dopo si trovò nella sua stanza, come se nulla fosse accaduto. Ma il suo amico non c’era più. Allora uscì di casa, e vide che nel villaggio tutti erano allegri e festosi!
– Finalmente! – gli gridò un amico ridendo felice. – La campagna moriva di sete, ma oggi è venuta la pioggia e il nostro raccolto è salvo.
Nessuno, naturalmente, sospettava che quella pioggia era dovuta a Huang, e il giovane si guardò bene dal raccontare a chicchessia la sua straordinaria avventura.
Alla sera, mentre si spogliava per andare a letto, vide una pietra scura scivolargli fuori dalla manica. Allora si ricordò della piccola stella che aveva staccata dalla volta celeste.
Era spenta e fredda, ma decise di tenerla come ricordo; perciò la posò sul tavolino e andò a dormire. Ma durante la notte qualche cosa lo risvegliò. La stella, sul tavolo, brillava di una luce vivissima, e tutta la casa ne era illuminata. Stupefatto, Huang si avvicinò,ma accadde un altro prodigio: la stella parve ingrandire e trasformarsi, e infine divenne una giovane e bellissima fanciulla che gli sorrideva dolcemente.
– Mio signore – disse con voce che sembrava una musica, – io mi chiamo Ferma-Nuvole, e il Genio del Tuono mi ha mandata da voi perché io sia la vostra sposa.
Huang non riusciva a riaversi, tanta era la commozione e la gioia; ma infine ritrovò la voce, e chiamati i servi, comandò che fosse preparato quando occorreva per la cerimonia delle nozze.
Il giorno dopo amici e parenti accorsero a festeggiare la giovane coppia, e fu imbandito un sontuoso banchetto. Mentre gli sposi si scambiavano la promessa, si sentì un forte rombo di tuono e cadde una pioggia leggera, fresca come la rugiada, lucente come diamanti.
Erano i Geni delle Nuvole che mandavano i loro doni agli sposi.

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La strana avventura di Liù

Inserito da 6 Novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Lucrezia ci invia questa storiella cinese

Nel grande lago Tung-Ting, tutti lo sanno, abitano i geni delle acque. Sono, di solito allegri burloni: si prendono gioco dei marinai e dei pescatori, ma non fanno male a nessuno.
Però c’è, fra gli altri, qualcuno dal carattere veramente crudele.
Spesso i geni del lago si impadroniscono delle giunche ancorate nei porti, e le utilizzano per le loro feste e danze. Succede così: il cavo che lega la giunca alla riva si allenta all’improvviso e l’imbarcazione se ne va alla deriva, mentre si ode intorno una musica deliziosa.
Allora i viaggiatori si nascondono nel fondo della giunca e stanno immobili, con gli occhi chiusi. Facendo così, sono sicuri che non capita a loro nulla di male: al termine della passeggiata la giunca si ferma, ed essi la ritrovano ancora al punto di partenza.
Una notte, a bordo di una giunca, si trovava un giovane di nome Liù. Tornava a casa dopo essere stato nella città vicina a sostenere certi esami, ma gli esami erano andati male, e Liù se ne tornava al suo paese bocciato e avvilito.
Sedeva a prua, triste e pensieroso, rimuginando i suoi tristi casi, quando sul lago
incominciò a diffondersi una musica deliziosa creata da strumenti invisibili. Udendo quei suoni, marinai e passeggeri si alzarono di scatto dai loro posti e corsero a gettarsi sul fondo della giunca, chiudendosi gli occhi con le mani. Tutti, a gran voce, esortarono Liù a fare altrettanto; ma il giovane non li ascoltò.
Era tanto arrabbiato contro tutti per il fallimento negli esami, che non aveva paura
nemmeno dei geni del lago! Si sentiva pronto a sfidarli: a sfidare il mondo intero! Perciò si nascose dietro un rotolo di cordami, e tenne gli occhi bene aperti per vedere lo spettacolo di cui aveva udito parlare e di cui nessuno era mai stato testimone.
La musica cresceva di tono: tamburi e trombe facevano tanto rumore che il giovane si sentì quasi stordito. L’aria si era riempita di profumo, e a poco a poco sul ponte della giunca si delinearono le figure di molte bellissime fanciulle splendidamente vestite che cantavano e danzavano. Il giovane guardava con occhi sbarrati. Le ragazze piroettavano intorno prendendosi per mano e lasciandosi, al ritmo della musica; ma una, forse la più bella di tutte, giunse danzando leggerissima presso il rotolo di cordami dietro il quale era nascosto Liù. Aveva ornamenti sui capelli; indossava un vestito color dell’uccello del paradiso, e calzava minuscole scarpette di velluto rosso.
Quando la vide tanto vicina, Liù non seppe trattenersi: uscì dal suo nascondiglio e protese la mano per fermare la bella giovinetta; ma riuscì appena ad afferrare un lembo della lunga manica svolazzante. Nel sentirsi presa così, la ragazza gridò:
– Oh, oh, lasciami!
– Si; se mi dici chi sei e come ti chiami – rispose il giovane.
La danzatrice tentò di svincolarsi. Ma Liù non lasciava la stoffa, e fu così che la manica si lacerò: la fanciulla fuggì e Liù si trovò fra le mani un lembo di seta color dell’uccello del paradiso. Ma quasi all’istante comparvero intorno a lui venti soldati e il loro capo gridò:
– Portatelo davanti al re!
Subito un soldato legò le mani di Liù, e gli altri lo spinsero avanti, vicino a un trono dorato su cui stava seduto un uomo imponente vestito di abiti ricchissimi. Con uno spinone i soldati fecero inginocchiare il giovanotto, mentre il re gridava con voce tonante:
– Tu hai osato toccare la veste di una damigella della mia corte! Lo sai cosa ti aspetta? Preparati a morire, perché io ti farò tagliare la testa.
Liù non perdette la sua calma.
– Credo che tu sia il re del lago Tung-Ting – commentò. – Mi sembrava di aver udito parlare della tua generosità, ma non sembra che la tua fama corrisponda davvero al tuo carattere. Infatti tu mi fai morire soltanto per aver toccato il lembo di una veste di seta.
Sospirò e aggiunse:
– Del resto questa è la giornata delle mie disgrazie, ed è giusto che vada a finire così.
Il re lo guardò incuriosito.
– La tua morte può anche aspettare. Dimmi che cosa ti è capitato.
– Questo forse non potrà interessarti, ma sappi che io credevo di essere un ottimo poeta. Però, quando mi sono presentato agli esami convinto di superarli con onore, sono stato invece bocciato.
– Allora tu componi poesie? Ti metterò alla prova. Se saprai comporre un poema sui diversi modi di pettinarsi ti farò la grazia della tua vita.
– Dammi l’occorrente per scrivere, e mi metterò al lavoro.
Immediatamente i servi portarono davanti a Liù pennelli, inchiostro di china e rotoli di carta fine come la seta. Liù sedette in disparte poi incominciò a scrivere.
Dopo un’ora aveva finito. Allora il giovane portò il poema al re, il quale svolse il rotolo e incominciò a ridere, e rise fino alla fine. Quando ebbe terminato, ammise di essersi divertito immensamente.
– Avevi proprio ragione, – dichiarò – sei un letterato di valore, e io non ti farò morire, anzi, affinché anche tu possa riconoscere la mia generosità ti prego di accettare questi doni.
Subito alcuni servi deposero ai piedi di Liù dieci libbre di oro puro, e su di esse fu messa una squadra da falegname in cristallo di rocca. Il re aggiunse:
– Se nel lago tu dovessi trovarti in pericolo, questo oggetto ti salverà.
Detto questo, il re scese dalla giunca, salì in una splendida portantina e subito dopo tutti scomparvero.
Sul lago regnava il più assoluto silenzio, e a poco a poco i marinai e i passeggeri della giunca risalirono dal fondo: poi la nave riprese la sua navigazione verso nord. Liù se ne stava seduto in un angolo e guardava il lago; non raccontò ad alcuno ciò che gli era capitato. Per quanto i passeggeri si rivolsero spesso a lui per parlargli, il ragazzo rispondeva a monosillabi e continuava a pensare alla sua strana avventura. Poco dopo bruscamente il vento cambiò direzione.
– Disgraziati noi! – gridò il capitano. – Stiamo per incappare in una burrasca!
Infatti le onde del lago erano diventate color piombo e si sollevavano in ondate sempre più alte; in cielo nuvolosi neri, neri si inseguivano, spinti da un vento furioso. La burrasca si scatenò con una violenza mai vista, e tutte le giunche che stavano attraversando il lago si capovolsero; i marinai, travolti dalle ondate, cercavano di aggrapparsi ai rottami, ma molti di essi annegarono.
Liù, sul ponte della sua giunca, teneva stretta fra le mani la squadra in cristallo di rocca, e, come per prodigio, le ondate più alte e più violente all’improvviso si fermavano, si placavano, svanivano.
La giunca continuava a navigare attraverso il lago in tempesta, e soltanto sotto di lei e intorno a lei le acque si facevano lisce come l’olio. Così tocco la riva senza risentire alcun danno, con gran stupore dei passeggeri e dell’equipaggio.
Liù scese tutto allegro, e subito cercò i suoi amici per raccontare loro la sua straordinaria avventura. Naturalmente non pensava più agli esami, e non ricordava nemmeno il disinganno e la collera per la bocciatura. Il tempo passò, Liù non scriveva più poesie, ma aveva incominciato a occuparsi di affari. Un giorno, mentre si trovava a Wu-Ciang, udì dei negozianti che parlavano di uno strano caso.
– Vive in questo villaggio – diceva uno di essi – una vecchia signora che si chiama Lee. Ha una figliola bellissima, e molti giovani avrebbero voluto sposarla, ma la signora Lee risponde a tutti concederà la mano di sua figlia soltanto a quel pretendente che mostrerà un oggetto identico a quello che la ragazza porta in dote.
– Quale oggetto? – chiese Liù incuriosito.
– Una squadra da falegname in cristallo di rocca.
Appena ebbe udito ciò, Liù tornò a casa, prese la squadra che gli era stata regalata dal Genio del Fiume e andò subito a bussare alla porta di casa della signora Lee. La donna gli aperse sorridendo. Non appena Liù ebbe mostrato la sua squadra, la signora chiamò la figlia, una ragazza bellissima, la quale si presentò reggendo fra le mani una squadra assolutamente identica, che brillava rifrangendo i raggi del sole.
La signora Lee disse a Liù che gli concedeva la figlia in sposa , e il giovane manifestò subito il desiderio che le nozze fossero celebrate al più presto.
– Benissimo – asserì la vecchia signora. – Lascia qui la tua squadra, torna a casa e manda la portantina a prendere la sposa.
A Liù rincresceva molto separarsi dal suo prezioso talismano, ma la vecchia gli disse:
– Devi dare una prova di amore alla tua bellissima fidanzata.
Allora Liù si rassegnò, e consegnata la squadra, si avviò al porto dove stava ancorata la giunca con la quale era arrivato a Wu-Ciang. Domandò al capitano dove trovare chi gli noleggiasse una portantina, e dopo aver dato disposizione affinché a bordo tutto fosse pronto per accogliere la sposa, assodò portatori, servi e musicanti.
Tra suoni di pifferi e di piattini, il corteo nuziale si avviò verso la casa della signora Lee, e Liù lo accompagnava tutto felice; ma, quando arrivò, lo aspettava un’amara sorpresa: la casa era vuota e deserta, non solo, ma sembrava anche disabitata da molto tempo. I ragni avevano tessuto le loro ragnatele davanti alla porta e alle finestre; le erbe selvagge crescevano fin sulla soglia.
Tutti incominciarono a ridere e a burlarsi di lui e Liù, vergognoso e indispettito, licenziò portatori e musicanti e tornò al porto tutto malinconico, rimproverandosi mille volte di essere stato sciocco. Come giustificarsi, davanti il capitano, per quel matrimonio mancato? Ma, appena salito a bordo, udì una dolcissima voce che gli diceva:
– Liù, perché arrivi così tardi?
E con immenso stupore vide davanti a sé una giovinetta bellissima che gli sorrideva
dolcemente. La giovinetta indossava un abito color dell’uccello del paradiso e calzava un paio di scarpette rosse; soltanto la sua manica appariva lacerata, e ne mancava un piccolo lembo. Liù credeva di sognare e la fanciulla, vedendolo, rise divertita.
– Perché mi guardi così? sembra che tu non mi abbia mai vista!
Liù finalmente ritrovò la voce e disse:
– Voi siete la fanciulla che danzava sulla giunca, quella notte!
– Sono proprio io. Ora ti spiegherò tutto. Colui che tu vedesti sulla giunca quella notte, era proprio il re del lago di Tung-Ting. Egli fu così contento di averti conosciuto, che scelse me perché fossi tua sposa. Però non voleva che io sbagliassi, e mi diede una squadra in cristallo di rocca identica alla tua, affinché servisse come segno di riconoscimento. Così volle vedere quella che tu avevi dato a me, e io gliel’ho portata, oggi: perciò non hai trovato nessuno a casa mia. Io mi chiamo Loto-Nascente e sono la prediletta della regina.
– E la signora Lee?
– E’ soltanto una dama di compagnia che aveva l’incarico di accompagnarmi e servirmi in attesa del tuo arrivo.
Liù era al colmo della gioia.
– Andiamo a casa mia! – esclamò. – Non appena arrivati ti presenterò ai miei genitori e celebreremo le nozze.
– Un momento: non abbiamo ancora definito la questione della mia dote!
– Oh, lo sapevo che tu non avevi altra dote che la tua squadra da falegname! – riabbatte
Liù con calore. – Ma a me basta così.
La fanciulla sorrise dolcemente.
– Niente affatto: io debbo eseguire gli ordini del re e della regina. Anzi, ti prego di aspettarmi un attimo.
Così dicendosi tolse uno spillone dai capelli e lo gettò nell’acqua. Subito dalle acque del lago emerse una piccola barca che si accostò alla giunca. La fanciulla vi balzò dentro leggera, e subito dopo tutto sparì.
Rimasto solo, Liù sedette tristemente su un rotolo di cordami, e ristette a guardare la superficie del lago, proprio nel punto in cui la sua bella sposa era scomparsa. Il cuore gli tremava, nel timore che la giovinetta, questa volta, se ne fosse andata per sempre. Ma a un tratto, proprio nel punto in cui era sparita la piccola barca, apparve una grande e bella giunca che, a vele spiegate, venne ad allinearsi proprio a fianco a quella di Liù.
Dal ponte spiccò il volo uno stupendo uccello del paradiso, il quale venne a posarsi
accanto al giovane, e subito si trasformò nella bella Loto-Nascente che gli sorrideva. Poi dallo stesso ponte mani invisibili incominciarono a gettare oro, pezze di seta, gioielli e oggetti preziosi in tale quantità, che ben presto il ponte della giunca di Liù ne fu tutto ricoperto.
– Questa – disse la fanciulla – è la dote che ti inviano il re e la regina del lago di Tung-Ting.
E ogni volta che andrò a far loro visita, me ne daranno altrettanta.
Liù non aveva più parole per lo stupore e la gioia. Prese per mano la giovane sposa,
mentre il capitano faceva spiegare le vele.
La giunca si mosse e in poco tempo attraversarono il lago senza il minimo incidente.
Quando i due giovani giunsero a casa, i genitori di Liù non potevano credere ai loro occhi, tanto la sposa era bella e le ricchezze preziose e abbondanti.
Gli sposi vissero felici insieme per molti anni, e nessuna nube venne mai a turbare la loro serenità.
L’unico rimpianto di Liù era che non gli fosse stata restituita la sua bella squadra da falegname in cristallo di rocca.

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La fedele Meng Giang

Inserito da 3 Novembre, 2008 (0) Commenti

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dalla Gabriella segnala questa storiella cinese

Molto tempo fa, nell’antica Cina, vivevano due famiglie, i cui giardini, confinanti, erano separati solo da un muro. I Meng e i Giang piantarono nello stesso momento, da entrambe le parti del muro, una zucca. Le due piante crebbero, si arrampicarono lungo il muro, finendo per incontrarsi ed unirsi sulla sommità e formando così una sola pianta.
Questa zucca produceva magnifici fiori e ben presto diede vita ad un frutto grosso e dorato che la famiglia Meng e la famiglia Giang volevano entrambe raccogliere. Queste due famiglie, oltremodo sagge, decisero di dividere in due lo splendido frutto. Ma, quando lo tagliarono, scoprirono che conteneva una fanciullina, incredibilmente bella; le due famiglie decisero di allevarla in comune e di darle il nome di Meng Giang. Questa storia accadde nel periodo in cui regnava un imperatore crudele che, temendo che i suoi nemici invadessero il paese, decise di far costruire un muro lungo la frontiera settentrionale della Cina. I suoi architetti non erano molto esperti e, non appena avevano costruito una parte del muro, un’altra crollava: il tempo passava e il muro non era mai finito. Allora, un saggio disse all’imperatore: “E’ possibile costruire un muro che si estenda per diecimila leghe di lunghezza solo se, ad ogni lega, vi si rinchiude un uomo; in tal modo, lo spirito di quest’uomo veglierà sul muro.”
I sudditi dell’imperatore fremettero di terrore nell’udire questo consiglio; l’imperatore avrebbe fatto catturare degli uomini, soprattutto giovani e adolescenti. Ma un saggio molto intelligente prese la parola e disse all’imperatore: “Il vostro modo di utilizzare gli uomini per la costruzione del muro potrebbe provocare disordini prima ancora che il muro sia terminato. Per questa ragione, vorrei parlarvi di un uomo di nome Wan; potete prendere lui: dal momento che Wan significa diecimila, sarà sufficiente per tutte le diecimila leghe del muro”. L’imperatore, felice di questo buon consiglio, ordinò di far cercare Wan; ma questi appresa la notizia in tempo, scomparve. Mentre fuggiva, giunse nel giardino di Meng Giang, che era diventata una ragazza grande e bella. Quando la vide, rimase subito affascinato dalla sua bellezza e la chiese in sposa. Le nozze furono celebrate in allegria; ma la gioia fu di breve durata, poiché i soldati dell’imperatore catturarono Wan e lo portarono via, lasciando Meng Giang in lacrime. Wan fu sepolto vivo nel muro e Meng Giang sprofondò in una cupa malinconia, poiché lo amava molto. Decise di partire per cercare il corpo del marito, ma, una volta arrivata davanti al muro, non sapeva come fare e cominciò a piangere. Il muro si commosse per la sua disperazione e crollò, liberando in tal modo le ossa di Wan.
Quando l’imperatore sentì parlare di questa donna, desiderò vederla. Incantato dalla sua bellezza, la volle come imperatrice. Meng Giang sapeva bene che non poteva sottrarsi alla volontà dell’imperatore, così accettò, ma a tre condizioni. In primo luogo, chiese che venisse celebrata, in onore del suo sposo, una festa dei morti, della durata di quarantanove giorni; in secondo luogo, volle che l’imperatore e gli altri funzionari partecipassero ai funerali e infine che venisse costruita per lei un’alta terrazza sulla sponda del fiume. Avrebbe acconsentito a sposare l’imperatore solo a queste condizioni e il sovrano le accettò. Quando tutto fu pronto, Meng Giang salì sulla terrazza, maledisse l’imperatore per la sua crudeltà e si gettò nel fiume. L’imperatore si incollerì e ordinò ai soldati di ripescare il suo corpo e di tagliarlo in mille pezzetti. Quando i soldati ebbero svolto questo incarico, tutti i pezzi si trasformarono in pesci d’oro, all’interno dei quali continua a vivere l’anima della fedele Meng Giang, che non abbandona mai il muro in cui riposa ancora oggi lo spirito del suo caro marito.

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