il virus zyppi_ferox.w_32 ruba 345.800.000 password

Inserito da 10 gennaio, 2012 (0) Commenti

Si tratta di :Bufale e Hoax

Attenzione si tratta di un virus pericoloso, attualmente la sua payload risiede su una botnet svedese… è stato creato per confessare e convertire coloro che miscredenti condannano la nascita di nuove religioni. La nascita di questa rete dormiente ha generato una notevole allerta in tutti i siti specializzati. terrore della perdita dei propri dati e la conseguente violazione della privacy è da sempre un notevole problema sia in Italia che all’estero.

Un gruppo di hacker Russi devoti al culto della gallina morta ha creato una specie di spider che sonda le vulnerabilità dei che si connettono ai 40 siti più influenti del pianeta. La lista dei siti infetti ed owned non è stata ancora divulgata.

Si tratterebbe di un attacco per difendere la libertà di religione. A titolo di esempio da pochi giorni è stata riconosciuta in Svezia la religione del file sharing questa non è una è una religione di Stato.

Ma tornando ai creatori el virus , questi “crociati” del nuovo millennio hanno come unico obiettivo di  impossessarsi di tutte le vostre password, preferiscono quelle di twitter, ma mirano sopratutto alle password  di facebook.

Che fare ? si consiglia cambiare immediatamente tutte le password dal vostro computer e installare in modo permanete qualsiasi distribuzione LINUX, se gli hacker vedranno qualche OS diverso specialmente windows, devasteranno ogni che vi appartiene… quindi attenzione…. ogni vostra minuscola briciola di identità virtuale verrà defacciata senza pietà.

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Mac Osx una mela brucata nella tempesta tsunami tra malware, trojan backdoor e SEO poisoning attack

Inserito da 30 ottobre, 2011 (0) Commenti

Si tratta di :Sicurezza

Il sistema operativo Mac si è dimostratio negli anni, un esempio commerciale della potenza mediatica delle corporation,
avrete certamente letto le dichiarazioni di Richard Stallman di Linux e della Community legata a Linux e allo sviluppo software in modalità open source linux based.
Cosa significa per i linuxiani il mondo mac ? che impatto ha mela nelle loro vite ? nulla, meno di zero ! il sistema osx è come una mela ovvero una palla tonda che rotola
rotole e avvolge tutti inconsapevolmente in una realtà fatta di gabbie dorate.
I ricercatori eset e quelli di sophos nella loro attività volta al monitoraggio della rete e dei fenomeni che la circondano hanno scovato la presenza di una backdoor che deriva da
Una vecchia backdoor di Linux, trasportata su Mac OS attraverso un porting, tale tecnica è stata rielaborata per creare un nuovo trojan chiamato OSX/Tsunami-A.
Questo malware sfrutta una variante di Troj/Kaiten, un trojan per Linux progettato per inserirsi in un computer e rimanere collegato a un canale IRC in attesa di istruzioni.
che impatto potrebbe avere ? semplice avere a portata di mano intere reti di computer per lanciare attacchi su larga scala. Chi potrebbe avere interesse a diffondere tale virus nei sitemi mac ?
Probabilmente pirati informatici che hanno la necessità di creare un esercito di computer necessario a lanciare ciber attacchi ad obbiettivi sensibili.
“Tipicamente del codice come questo è usato per radunare i computer compromessi in un attacco DDoS (Distributed Denial of Service) contro un ” scrive infatti Graham Clueley sul blog Naked Security di Sophos. Questo tipo di attacco può essere una dimostrazione fine a sé stessa, oppure lo strumento per penetrare delle difese di un certo sito per poi compiere altre azioni, che vanno dal defacing al furto d’informazioni. OSX/Tsunami tuttavia è più complesso, perché può eseguire diverse istruzioni oltre al citato attacco DDoS, tra cui l’accesso diretto ai contenuti del computer infetto.

Non è chiaro tuttavia in che modo Tsunami possa finire su un sistema Mac OS. È certamente possibile nel caso di un accesso fisico al computer, ma non è detto che una buona operazione di social engineering non riesca convincere gli utenti meno smaliziati a installare software pericoloso. Che significa ? si potrebbe tentare di indurre l’utente ad installare questo malware in diversi modi, primo fra tutti si potrebbe utilizzare la tecnica del SEO poisoning attack ( sfruttare ben piazzati nei motori di ricerca per diffondere il malware su larga scala).
Ma questo è già avvenuto nel mondo mac ricorderete Macdefender che nel maggio 2011 mutò il nome in Mac Guard per infiltrare la sua payload nel sistema target….
ma come avveniva ? il file avSetup.pkg scaricato inconsapevolmente veniva eseguito, questo falso antivirus, non chiede la password di amministratore, viene installato nella cartella Applicazioni. un downloader chiamato avRunner, che si avvia automaticamente. Allo stesso tempo, il pacchetto di installazione si cancella non lasciando alcuna traccia del programma di installazione originale.
il finto antivirus veniva scaricato con l’applicazione avRunner da un indirizzo IP (nascosto con tecniche steganografiche), Sullo schermo dell utente colpito cominceranno ad apparire pop-up pornografici e di un software per la rimozione delle infezioni in versione premium da acquistare tramite carta di credito, in modo da spingere l’utente a fornire i dati da sottrarre.
Ma tornando a Tsunami per il momento non rappresenta un per gli utenti Mac, anche perché dev’essere ancora analizzato a fondo.
Che dire del trojan persistente Flashback.c propoposto come finto aggiornamento di sicurezza che è in grado di installarsi in modo eprsistente su osx ??
Il consiglio che potrei dare è quello di non affidarsi ciecamente alle “prodezze” e agli spot commerciali.. poichè non è poi così difficile ottenere l’accesso delle credenziali di accesso tramite script dell’ultima versione di osx specialmente se upgradato… :-)
Quindi Tsunami è senza dubbio una ragione d’interesse per tutti gli esperti di sicurezza e di sistemi operativi, perché è il primo malware per Mac OS X che sfrutta una falla derivata dai sistemi *nix (Mac OS è infatti basato su Unix).

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Fratelli gemelli

Inserito da 11 novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Paola ci invia questa storiella

Una donna aveva due figli gemelli, ai quali aveva messo nome Lemba e Mavungu. Il giorno della loro nascita, uno stregone aveva consegnato alla mamma due pietre tonde e lisce.
- Questi saranno i talismani dei tuoi figli: – le aveva detto – appendili al loro collo e, quando saranno grandi, loro che non se li tolgano mai.
Cosi la donna aveva fatto, e i ragazzi erano cresciuti ed erano diventati due bellissimi giovani. Un giorno, Mavungun, stanco della solita vita, decise di partire.
- Io non ho niente in contrario; – disse la madre – ma siamo talmente poveri, che non posso darti niente da portare con te.
- Questo non importa:- rispose il giovane – è ormai il momento di mettere alla prova la potenza del mio talismano.
Salutò la madre e il fratello e si diresse verso la foresta. Qui giunto, colse alcuni fili d’erba, li tocco con il talismano e…
- Che tu sia un cavallo! – disse, buttando per terra il filo più lungo.
- Che tu sia un coltello! – continuò, piegando un altro filo d’erba.
- Che tu sia un fucile! – comandò a un terzo filo d’erba.
Immediatamente un bel cavallo scalpitò davanti a lui, un coltello s’infilò nella sua cintura e un bellissimo fucile appeso alla sua spalla. Mavungun, tutto contento, salì sul cavallo e partì. Cavalcò per parecchio tempo, finché a un certo punto, si sentì stanco e affamato.
- Talismano mio, mi farai morire di fame? – disse, toccando la pietra.
Subito, davanti a lui, apparve un sontuoso banchetto. Il giovane scese da cavallo, mangiò e bevve a sazietà, poi tutto allegro riprese il viaggio.
Dovete sapere che, non lontano dal posto dove Mavungun si era fermato a mangiare, c’era una bellissima città. Essa era governata da un re che aveva una figlia, assai capricciosa. La fanciulla era in età da marito, ma, per quando già molti l’avessero chiesta in sposa, ella aveva rifiutato a tutti la sua mano. Mavungun giunse nella città e si fermò sulla riva del fiume. Qui c’era anche la fanciulla, con molte altre compagne; appena vide il giovane straniero, tornò di corsa dal padre e dalla madre e disse loro:
- Ho visto l’ uomo che voglio per marito e morirò se non lo sposerò!
Il padre mandò i suoi schiavi incontro al giovane straniero e lo invitò a banchetto nella sua .
Mavungun fece al re un’ottima impressione, tanto che, quando il giovane gli offrì molto doni preziosi, non esitò a proporgli di sposare la figlia. Così, con grande allegria e gioia per tutti, si celebrarono le nozze. Nella casa degli sposi c’erano grandi specchi accuratamente coperti.
Mavungun, preso da una grande , volle sapere perché fossero coperti. La moglie gli rispose che era molto pericoloso guardarvi, ma Mavungun insistette tanto che la fanciulla alzò la stoffa che ricopriva il primo specchio e… subito il giovane vide la sua città natale, con tutte le sue strade e la sue casa.
- Chi guarda in questo specchio, – disse allora la moglie – vede la città nella quale è nato. Nell’ altro specchio, ciascuno vede le città che conosce e che ha visitato nei suoi viaggi.
E così dicendo, scoprì il secondo specchio.
- E il terzo specchio?
- Il terzo non lo puoi scoprire perché vedresti l’immagine della città dalla quale non si torna.
- Fammela vedere ! – gridò Mavungun, e strappò la tela.
L’immagine che gli apparve era terribile, ma il giovane la fissò intensamente e si sentì preso da un grande desiderio di andare in quella città.
- Ti scongiuro, non andarci, perché non tornerai mai più! – lo implorò la moglie.
Ma il giovane era deciso; prese il suo cavallo e partì. Cavalcò e cavalcò per tanti mesi, finché un giorno, guardandosi intorno, vide una vecchia, che stava seduta presso un mucchio di sassi bianchi e neri.
- Vecchia, hai un po’ di fuoco per la mia pipa? – chiese Mavungun.
- Scendi da cavallo e avvicinati – rispose la donna.
Mavungun si avvicinò, ma appena la vecchia gli ebbe toccato la mano, il giovane fu trasformato in una pietra nera e il suo cavallo in una pietra bianca. Il tempo passava, e Luemba era molto meravigliato che il fratello non avesse mai mandato sue notizie; così un giorno; decise di andare alla sua . Se ne andò nella foresta, colse un pugno d’erba e, per opera del suo talismano, fece trasformare un filo in un cavallo, un secondo filo in un coltello e un terzo filo in un fucile e poi
partì. Dopo parecchi giorni arrivò nella città in cui Mavungun aveva preso moglie.
- E’ tornato Mavungun, lo sposo della figlia del re!
Appena sceso da cavallo, vide una bellissima fanciulla, che gli veniva incontro dicendo:
- Finalmente sei tornato.
Luemba cercò di spiegare che non era Mavungun.
- Vuoi scherzare, marito mio – lo interruppe la donna, e si mise a ballare per la gioia.
Luemba tentò invano di spiegare chi fosse, ma né la moglie del fratello, né il re, né gli altri abitanti vollero credergli; alla fine, anzi, nessuno stette più ad ascoltarlo. Perciò il giovane dovette tacere e indagare per conto suo, per scoprire che fine avesse fatto Mavungun. L’occasione si presentò subito, perché, quando Luemba entrò in casa, la moglie del fratello gli disse ridendo:
- Spero che avrai perso la voglia di guardare negli specchi!
- No, invece; – disse subito Luemba, – anzi, ti prego di farmeli rivedere.
Questa volta la giovane non si fece pregare e Luemba poté vedere la città dove era nato, poi i luoghi che aveva attraversati viaggiando, e infine guardò interessato la città dalla quale non si torna. Capì subito che quello era il posto dove il fratello era andato e dal quale non era tornato; perciò, senza perdere tempo, disse:
- Mi ricordo ora di aver lasciato laggiù una cosa molto importante. Vado e ritorno al più presto.
- Va pure, marito mio; sei appena arrivato, ma, se pensi di dover ripartire, io ti aspetterò. Ma fa presto.
Luemba montò a cavallo, prese il coltello e il fucile e corse via al galoppo. Cavalca cavalca, eccolo arrivare in vista del mucchio di pietre sbianche e nere; Accanto al mucchio, stava seduta la solita vecchia.
- Vecchia, hai un po’ di fuoco per la mia pipa? – domandò Luemba.
- Scendi da cavallo e avvicinati – rispose la vecchia.
Luemba scese da cavallo, ma invece di stendere la mano verso la donna, le scagliò addosso il suo talismano. Fu un attimo: il terreno si aprì e la vecchia scomparve mandando un grido terribile.
Subito Luemba si avvicinò al mucchio di pietre e cominciò a toccarle con il suo talismano: le pietre nere si trasformarono in tanti giovani e le pietre bianche in altrettanti cavalli. Naturalmente in mezzo agli altri, Luemba riconobbe subito Mavungun, e i due fratelli si abbracciarono con molta gioia. Poi rimontarono a cavallo e, senza indugiare, tornarono nella città dove la moglie di Mavungun aspettava pazientemente il marito. Potete immaginare quale fu la meraviglia di tutti, nel vedere i due fratelli così uguali l’uno all’altro. Vi furono grandi feste, che durarono tre giorni e tre notti e fu ordinato un sontuoso banchetto al quale parteciparono tutti gli abitanti della città. Poi Luemba ripartì e torno nel villaggio natale: la madre ansiosa gli corse incontro chiedendogli notizie di Mavungun; egli la rassicurò sulla sua salute e le raccontò quando era accaduto; poi la condusse nella città dove Mavungun era diventato l’erede del re e là ella trascorse felice i suoi ultimi giorni.
Nel frattempo Mavungun e la moglie entrati in casa s’accorsero che i tre specchi non c’erano più, infatti la magia aveva voluto che nello stesso momento in cui la vecchia era scomparsa, scomparissero anche le tre lastre lucenti. E così nessuno ha più saputo dove fosse la città dalla quale non si tornava più indietro.

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Un amico per il gatto

Inserito da 10 novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Stafania ci invia questa

Il gatto passeggiava da solo nella savana africana e si annoiava; per cui, si disse: “Voglio trovarmi un amico; non intendo più stare da solo”.
Sulla sponda del fiume, sentì gracidare una rana. “Ecco qualcuno che vorrei avere come amico; le rane sanno davvero molte cose”.
Così, si rivolse alla rana: “Sto cercando un amico, se vuoi, possiamo chiacchierare insieme”.
La rana saltò sulla sponda, si accovacciò accanto al gatto e i due animali cominciarono a discorrere tranquillamente. Più tardi, passò nei paraggi una gazzella sgambettando allegramente; era alquanto distratta, non si accorse della rana e la schiacciò. Il gatto rincorse la gazzella, gridando: “Fermati! Fermati!”
La gazzella si fermò e lo guardò con i suoi grandi occhi dolci. Il gatto le disse: “Anch’io posso correre velocemente; se vuoi, possiamo diventare buoni amici. Lasciami con te”.
Così si incamminarono insieme nella savana, discorrendo allegramente. Non videro però un leopardo che stava avanzando verso di loro, nascosto tra l’erba.
All’improvviso, il leopardo aggredì la gazzella e la divorò in un sol boccone! Il gatto osservò il leopardo e gli disse: “Sto cercando un amico; noi apparteniamo alla stessa famiglia e se lo desideri possiamo restare insieme”.
Mentre mangiava la gazzella, il leopardo gli lanciò un’occhiata amichevole. Quando ebbe terminato il pasto, si leccò i baffi, si stiracchiò e si distese accanto al gatto. Poi, cominciarono a parlare come due vecchi amici. Durante la digestione, il leopardo, insonnolito, si distrasse; pertanto, non vide l’elefante che stava uscendo
dalla foresta. Gli elefanti detestano i leopardi, ma l’animale non ebbe il tempo di fuggire; l’elefante si avventò contro di lui e lo trafisse con le zanne: povero leopardo!
Il gatto disse all’elefante: “Come sei grande e forte! Se vuoi, possiamo diventare amici; chiacchieriamo un po’”. L’elefante si sdraiò sull’erba, il gatto si avvicinò al suo orecchio e gli raccontò tutto quello che aveva appreso discutendo con la rana, con la gazzella e con il leopardo. L’elefante era molto interessato e si divertì un
mondo; nel frattempo, alcuni uomini si avvicinarono senza far rumore, nascondendosi tra i cespugli. Erano cacciatori e con frecce e lance colpirono a morte l’elefante che cadde a terra stecchito. Povero elefante!
Il gatto si disse: “Sono proprio sfortunato! Tutti i miei amici sono stati uccisi uno
dopo l’altro, persino l’elefante che era così grande e forte. Questi cacciatori sono ancora più forti; non mi resta che andare con loro”.
I cacciatori ritornarono al loro villaggio e il gatto li seguì; ognuno rientrò nella
propria capanna. Il gatto seguì il capo dei cacciatori, finché questi giunse davanti alla sua dimora. La moglie lo stava aspettando sulla soglia e gli chiese: “Che cosa hai portato da mangiare per cena?”
“Ho ucciso un elefante” rispose con orgoglio il cacciatore.
“Ah, si?” rispose la moglie “E dov’è la carne?”
Il cacciatore si sedette e le disse: “Sono molto stanco, inoltre fa davvero caldo; andrò a cercare la carne più tardi.”
“Non se ne parla nemmeno! Alzati, pigrone, e vai subito a prendere la carne!”. Gridò così forte che il cacciatore si alzò e uscì a cercare la carne. Allora il gatto cominciò a strusciarsi contro le gambe della moglie del capo, facendo le fusa.
“Sei così forte, miao! Sei certamente tu la più forte! Se lo desideri, potrò essere tuo amico e ti racconterò molte cose.”
“Va bene” rispose la donna sorridendo, poi, si abbassò per accarezzarlo. Da quel giorno, la donna e il gatto diventarono grandi amici. Di notte, mentre il gatto
passeggiava nella savana, imparava ogni sorta di segreti e misteri. Al mattino, veniva a strusciarsi contro le gambe della donna, che se lo prendeva sulle ginocchia, e le raccontava tutti i suoi segreti, facendo le fusa. “Sei indubbiamente tu la più forte!”

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Il leone ingrato

Inserito da 10 novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Alessandra ci segnala questa storia Africana

Molto tempo fa, un piccolo villaggio, viveva un leone.
Disturbava continuamente la gente del villaggio e uccideva chiunque passasse vicino alla sua capanna.
Il re del villaggio allora indisse una riunione straordinaria. In essa tutti i cacciatori del villaggio decisero di andare in cerca del leone e di ucciderlo.
Costruirono anzitutto una capanna molto resistente, dove potessero rinchiudere il leone prima di ucciderlo.
I cacciatori riuscirono poi a catturare il leone e lo rinchiusero nella capanna in attesa di punirlo senza pietà.
Il giorno dopo, un uomo stava passando vicino alla capanna: il leone lo supplicò di aprire la capanna e di farlo uscire. L’uomo all’inizio resistette, ma poi cedette alla continua implorazione del leone e aprì la capanna. Appena il leone usci fuori si avventò sull’uomo cercando di ucciderlo. Questi pregò il leone di risparmiarlo, ma inutilmente.
La gente che passava di là informò il villaggio di quello che stava succedendo.
L’uomo e il leone raccontarono la loro versione fatti. Molti patrocinavano la morte dell’uomo, molti altri imploravano clemenza.
Passava di là un lupo, che viveva nelle vicinanze del villaggio, e si fermò ad ascoltare la controversia. Chiese poi le diverse argomentazioni.
L’uomo raccontò al lupo che il leone nella capanna stava soffrendo: lo aveva supplicato di aprire la capanna per poter uscire. Così aveva fatto, ma il leone dopo essere uscito aveva cercato di ucciderlo.
Il lupo ascoltò molto attentamente il racconto dell’uomo.
Il lupo, animale molto saggio e intelligente, disse che non gli erano chiari i termini della controversia, per cui proponeva una . Consigliò di tornare alla capanna per verificare sul posto l’accaduto.
Allora l’uomo tornò alla capanna, aprì la porta e il leone vi entrò; il lupo chiese di riportare la porta nella posizione originaria. L’uomo e il leone dissero che era chiusa ermeticamente: l’uomo allora chiuse la porta con il lucchetto, cosi ché il leone non potesse uscire.
Il lupo parlò al leone e gli disse:
“Sei un ingrato: una persona ti ha aiutato a uscire dalla capanna e tu volevi ucciderla. Perciò tu rimarrai nella capanna e vi morirai, mentre l’uomo andrà via libero.”
L’uomo poté andarsene, mentre il leone rimase dentro la capanna a soffrire.

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L’oro di Karibi

Inserito da 8 novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Alessandra ci invia questa storia

Karibi era molto pigro: lasciava i suoi campi incolti e non si occupava del suo gregge; così, in breve tempo, diventò molto povero. Un giorno, mentre si trovava da solo nella foresta, cominciò a lamentarsi: “Ah! – disse a voce alta – se potessi avere dell’oro e non fare niente!”
Non appena ebbe pronunciato queste parole, comparve uno stregone. Karibi si spaventò, ma lo stregone lo rassicurò: “Karibi, ho sentito che desideri dell’oro: potrai averne molto, ma sappi che tutti i tuoi figli fin dalla nascita dovranno sempre portare sul loro corpo una o parecchie monete d’oro e che nessuno gliele potrà togliere. Accetti la mia proposta? Rifletti bene prima di decidere, perché, e’ vero, avrai molto oro, ma sarai profondamente infelice.”
Karibi penso’: “Se i miei figli portassero, proprio come i figli dei ricchi, orecchini d’oro alle orecchie o fermagli preziosi tra i capelli, in che modo potrei esserne danneggiato? Credo che questo stregone non sappia quello che sta dicendo… Com’è possibile essere infelici quando si possiede molto oro?”
Così prese per mano lo stregone e sputò di lato: in questo modo aveva dato la sua parola e in quello stesso istante lo stregone scomparve. Karibi ritornò a e trovò un grosso baule pieno di monete d’oro! Provò un’immensa gioia nel vedere tutte monete che brillavano al ! Si divertì a toccarle e a farle tintinnare: era incredibilmente felice al pensiero che quell’oro gli appartenesse! Due giorni dopo, sua moglie partorì due gemelli; uno aveva una moneta d’oro sull’occhio destro, l’altro su entrambi gli occhi. Il primo era dunque guercio, il secondo era cieco! L’anno dopo, nacque un altro bambino che aveva le orecchie tappate da due monete d’oro, pertanto era sordo. Anche i figli di Karibi nati in seguito portavano su una parte del corpo una o parecchie monete d’oro che nessuno era in grado di togliere. Uno aveva sulla schiena una medaglia cosi’ pesante che era costretto a camminare piegato in avanti: era gobbo. Un altro aveva sul tallone sinistro parecchie monete ammucchiate: era zoppo. Un altro fratello aveva una grossa moneta d’oro su ogni gomito; pertanto, non poteva piegare le braccia ed era infermo come un monco. Un giorno, Karibi, guardando tutti i suoi disgraziati figli, uno guercio, un altro cieco, uno sordo, uno gobbo, un altro zoppo e l’ultimo monco, rimpianse il suo accordo. Ritornò nella foresta, si lasciò cadere ai piedi di un albero e disse piangendo: “I miei , i miei poveri . Ah! Regalerei volentieri tutte le mie ricchezze per poter togliere le monete d’oro che portano sul corpo!”
In quel momento, sentì un rumore a breve distanza: era lo stregone che stava tornando. “Karibi – gli disse lo stregone – ho pietà di te, poiché sei un buon padre. Torna pure a casa: mi riprendo tutto l’oro, ma ti darò una ricchezza più preziosa: la salute dei tuoi figli.”
Così, Karibi ritornò a casa, dove trovò tutti i figli robusti e contenti. Non c’era piu’ una sola moneta d’oro nel baule, ma neppure sui corpi dei bambini. “Andiamo a lavorare nei campi” disse Karibi. I figli di Karibi cominciarono a lavorare con gioia; Karibi stesso zappava la terra con impegno. I suoi campi furono in quegli anni coltivati alla perfezione e il raccolto fu molto abbondante. Allora, Karibi
comprese le parole dello stregone: la vera ricchezza non consiste nell’oro, ma nel e nella salute.

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