ENNA: “Operazione Postumio”, truffe a compagnie assicurative. 65 denunciati

Inserito da 23 June, 2012 (0) Commenti

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La Squadra Mobile della Questura di Enna ha deferito in stato di libertà all’Autorità Giudiziaria 65 soggetti sospettati di avere commesso oltre 20 truffe ai danni delle compagnie assicurative operanti nei comuni di Barrafranca e di Enna. L’indagine – denominata “Operazione Postumio”, dal nome del pubblicano romano che insieme al complice Pomponio all’epoca dell’antica Roma ‘inventò’ le frodi all’assicurazione fingendo il naufragio delle proprie navi – riguarda il deprecabile e non raro fenomeno dei falsi incidenti stradali, inscenati da parti, avvocati e faccendieri vari per lucrare, ai danni degli enti di assicurazione, somme di denaro a titolo di risarcimento, ottenute sulla base della sola mendace denuncia di sinistro e con il conforto di falsi certificati medici, false testimonianze e con la complicità di alcuni legali. Le attività investigative della Squadra Mobile di Enna, condotte e coordinate dal Vice Questore Aggiunto, dott. Giovanni CUCITI, e dal Commissario Capo, dott. Claudio PUCCI, sono scaturite dallo studio e dall’approfondimento dell’anomalo incremento delle polizze assicurative a seguito del moltiplicarsi delle denuncie di sinistro da parte dei privati.

L’analisi dei dati statistici ha evidenziato, altresì, che negli ultimi anni, a fronte di circa quaranta agenzie generali presenti nel territorio della provincia di Enna, ben dieci, vale a dire il 25%, sono state costrette a cessare la loro attività.
Le compagnie di assicurazione interessate hanno perciò proposto le relative denuncie-querele essendosi accertato un danno complessivo ammontante a circa € 200.000,00.
Principali vittime delle azioni truffaldine perpetrate dagli indagati, però, oltre alle compagnie assicurative che hanno subito i riferiti ingenti danni patrimoniali e professionali, sono gli ignari cittadini costretti a subire dei cospicui aumenti delle polizze.
L’attività investigativa espletata dalla sezione reati contro il patrimonio e contro la Pubblica Amministrazione della locale Squadra Mobile ha consentito di deferire in stato di libertà alla competente A.G. ben 65 soggetti resisi responsabili di oltre venti ipotesi delittuose fraudolente compiute nei comuni di Barrafranca e di Enna in un arco temporale che va dal gennaio 2006 al febbraio 2011.
E’ stato accertato, inoltre, che taluni degli indagati risultano imparentati tra di loro o hanno stretti legami di amicizia o di conoscenza ed hanno utilizzato le compagnie assicuratrici come se fossero un vero e proprio ‘bancomat’ dal plafond illimitato da cui prelevare, a scadenze periodiche, somme di denaro.
Gli elementi di prova si ricavano, tra l’altro, dal succedersi a brevi intervalli di tempo di numerosi incidenti, tutti con le stesse modalità e sempre tra le medesime persone, in cui i partecipi hanno interscambiato i loro ruoli (a volte sono autori e responsabili del sinistro, a volte danneggiati), dalla precostituzione di documentazioni palesemente false, nonché dalle particolari caratteristiche comuni dei sinistri stradali dalle quali si desume la loro non veridicità.
Infatti, in primo luogo, i sinistri in questione traggono origine e si fondano esclusivamente sulla compilazione del c.d. modello “C.A.I.” (Constatazione Amichevole d’Incidente) ad opera dei conducenti dei veicoli, indice di un accordo tra le parti circa le presunte modalità di accadimento di essi.
In detti modelli “C.A.I.” le responsabilità del sinistro stradale vengono sempre poste a carico di una sola parte e, stranamente, esulano completamente le ipotesi di responsabilità concorsuale.
Ciò implica che il conseguente aumento del premio assicurativo si ripercuote su di un solo soggetto e non su entrambi.
Poi, in nessuno degli episodi considerati è stata mai invocata la presenza delle Forze di Polizia o della Polizia locale al fine di effettuare i dovuti rilievi descrittivi, fotografici o planimetrici.
Inoltre, in nessun caso (tranne una sola volta in cui vi è stata una testimonianza macroscopicamente falsa) è stata indicata da parte dei denuncianti l’eventuale presenza di terzi testimoni che abbiano potuto assistere ai fatti e possano confermare quanto dichiarato.
Anzi, al contrario, buona parte dei sinistri, ovvero 10 casi su 21, si sarebbero verificati lontano dal centro urbano dei Comuni di Barrafranca o di Enna, in località isolate e di campagna e, dunque, al riparo da ‘occhi indiscreti’.
Per quanto concerne gli incidenti con feriti, le patologie cliniche evidenziate nei referti medici sono sempre riferite da parte dei pazienti ed appare del tutto inverosimile che in nessun caso sia mai stata riscontrata una frattura o una ferita o un taglio per cui sia stato necessario apporre dei punti di sutura od un qualche altro tipo di medicazione.
Altrettanto inverosimile è che in nessun caso il conducente del veicolo responsabile si è recato al Pronto Soccorso ed ha patito danni fisici, soprattutto ove si consideri che, salvo rare eccezioni, tutti gli altri soggetti coinvolti hanno lamentato di averne subiti, ottenendo così dei cospicui risarcimenti.
Ciò si spiega se si osserva che al conducente del veicolo responsabile del sinistro stradale non compete alcun indennizzo (fatte salve le c.d. polizze “kasko” di cui nessuno degli indagati risulta ovviamente titolare) e, pertanto, era completamente inutile per gli indagati fingere di avere bisogno di ricorrere alle cure mediche.
Altra circostanza strana è che in diversi casi, 8 su 21, il sinistro sarebbe stato provocato da una macchina agricola o da un autocarro.
Tale stranezza si giustifica tuttavia se si considera che detti veicoli, per legge o per scelta della compagnia assicuratrice, non adottano il sistema del c.d. “bonus-malus”, ma pagano una tariffa fissa e, di conseguenza, non subiscono l’aumento della classe di merito per l’anno successivo qualora si siano resi responsabili di un sinistro.
Inoltre, è al vaglio degli inquirenti la posizione di alcuni legali che, oltre ad essere personalmente coinvolti nei sinistri, in palese conflitto d’interesse, hanno prestato la loro attività professionale sia in favore dei soggetti occupanti il veicolo responsabile dell’incidente che in favore di quelli che viaggiavano a bordo di quello vittima di esso.
Si sottolinea, infine, che ad alcuni soggetti è stata contestata pure la circostanza aggravante di avere determinato a commettere il reato dei minori d’età.
Le indagini, tutt’ora in corso e suscettibili di ulteriori approfondimenti investigativi, sono coordinate dal Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Enna,
dott. Marco Di Mauro.

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Datagov.it – Trasparenza e Pubblica Amministrazione

Inserito da 4 November, 2010 (0) Commenti

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Il progetto datagov.it nasce per promuovere l’attuazione di strategie di Open Government nella Pubblica Amministrazione Italiana

La trasparenza nella Pubblica Amministrazione è una delle principali questioni su cui periodicamente si cerca di trovare nuove soluzioni, i processi che stanno alla base di ogni democrazia compiuta non sempre vengono eseguiti con la dovuta trasparenza.
Per rendere l’amministrazione trasparente è necessario primo fra tutti che ogni singolo impiegato e funzionario svolga con doverosa professionalità il proprio lavoro nell’interesse collettivo senza privilegiare alcuno.  Ma il dubbio che spesso attanaglia la gente comune, il cittadino che è occupato dalle sue innumerevoli vicende,  e che lo rende spesso diffidente, deve essere cancellato, come fare ciò? Nel momento in cui egli si interfaccia con la Pubblica Amministrazione bisogna, in modo trasparente, fornire delucidazioni, questo è  un semplice dovere del funzionario che spesso in Italia viene accantonato. Il cittadino si chiede, mi posso fidare ? sono sicuro che tutto il procedimento si svolgerà attraverso procedure standard e con la dovuta trasparenza ? cosa posso fare per rendermi partecipe ? Non c’è miglior cosa di fornire in modo gratuito e sopratutto mediante un canale facilmente raggiungibile, tutto quanto viene lecitamente richiesto dal cittadino,  senza file o code, o inutile buocrazia. Se ognuno di noi ha quello che gli interessa,  non ha motivo di lamentarsi, il progetto “Datagov.it” vuole rivoluzionare quello che a molti potrebbe sembrare irraggiungibile,  una trasparenza compiuta nella pubblica amministrazione, il sito nasce con l’appoggio di un team di esperti nel diritto delle nuove tecnologie. Con questa iniziativa si vuole creare un punto di riferimento per realizzare una pubblica amministrazione disposta a fronteggiare a testa alta le sfide del nuovo millennio. Come rendere questa iniziativa al meglio ? attraverso il  dialogo, l’interattività e la disponibilità dei dati. Si è pensato di scrivere un manifesto con dieci punti che corrispondono a ciò che deve cambiare nelle Pubbliche Ammnistrazioni.
Open Governament è un termine che sta a significare prima fra tutto, un modo di vedere la Pubblica Amministrazione e il governo di essa trasparente, efficiente e reattivo alle richieste dei singoli cittadini. Il web con il progetto Datagov.it è diventato migliore anche perchè di questi tempi non è facile trovare gente preparata in grado di affrontare tematiche delicate che coinvolgono direttamente i cittadini nella vita di tutti i giorni, una Pubblica Amministrazione che funziona significa più soddisfazione da parte degli utenti finali, più trasparenza e snellimento delle procedure informatizzate che devono e possono essere calibrate in base alla collettività di riferimento.
A sostenere la validità del progetto è prima fra tutti l’Associazione Italiana per l’Open Government con l’obiettivo di sensibilizzare cittadini, imprese ed Amministrazioni e promuovere l’attuazione di strategie di Open Government nel nostro Paese.
Tra i Promotori del progetto si segnalano: Ernesto Belisario, Andrea Casadei, Gianluigi Cogo, Luca De Pietro, Gianni Dominici, Stefano Epifani, Claudio Forghieri, Carmelo Giurdanella, Salvatore Marras, Flavia Marzano, Guido Scorza.

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Con la sentenza 33/60, 13 maggio 1960, la Corte Costituzionale dichiarò illegittima la norma che impediva alle donne di accedere alle principali carriere pubbliche

Inserito da 19 May, 2010 (0) Commenti

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Cinquantenario della sentenza 33/60

13 MAGGIO 2010: CINQUANTENNALE SENTENZA ACCESSO DONNE CARICHE PUBBLICHE

In 50 anni è aumentato drasticamente il numero delle donne lavoratrici nella Pubblica amministrazione, ma sono i poche a coprire i vertici. È quanto emerso durante la conferenza stampa di presentazione delle celebrazioni per il cinquantenario della sentenza n.33 della Corte Costituzionale, che il 13 maggio del 1960 dichiarò l’illegittimità della norma che impediva l’accesso alle donne alle principali carriere pubbliche.

Le donne in Italia, si legge, sono concentrate soprattutto nel settore dell’istruzione e della sanità ma, secondo i dati del conto annuale del ministero dell’Economia, ancora faticano a raggiungere la qualifica di primario (12,3%), prefetto (15%), professore ordinario (17,6%), magistrati presidenti di sezione della Corte dei Conti (14,6%), magistrati presidenti di sezione del Consiglio di Stato (13,2%).

I dati del conto annuale del Ministero dell’Economia mostrano, infatti, che poche donne raggiungono qualifiche come quelle di primario (12,3 ogni cento posti), prefetto (15%), professore ordinario (17,6%), magistrati presidenti di sezione della Corte dei Conti (14,6%), magistrati presidenti di sezione del Consiglio di Stato (13,2%). E solo due donne su 40 sono presidenti di sezione della Corte di Cassazione. Nella carriera diplomatica, nonostante le donne che partecipano ai concorsi siano più degli uomini, c’è solo una donna su un totale di 24 ambasciatori, solo 8 sono Capi Missione all’estero su 123 Ambasciate.
Ancora: una sola donna è giudice alla Corte Costituzionale, una è al vertice della Banca d’Italia, e nei consigli di amministrazione delle aziende quotate, su 2.753 posizioni solo 174 sono occupate da donne (5,8%) e nessuna donna è amministratore delegato o presidente di banca. Insomma, “dopo 50 anni non si può certo parlare di pari opportunità”, dice Rosa Oliva, la donna che, esclusa da un concorso pubblico che prevedeva l’accesso ai soli uomini, 50 anni fa intraprese l’azione giudiziaria che portò alla sentenza grazie alla quale le donne vennero ammesse alle principali carriere pubbliche.

di seguito il testo della storica sentenza:

SENTENZA N. 33

ANNO 1960

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori Giudici:

Dott. GAETANO AZZARITI, Presidente

Avv. GIUSEPPE CAPPI

Prof. TOMASO PERASSI

Prof. GASPARE AMBROSINI

Prof. ERNESTO BATTAGLINI

Dott. MARIO COSATTI

Prof. FRANCESCO PANTALEO GABRIELI

Prof. GIUSEPPE CASTELLI AVOLIO

Prof. ANTONINO PAPALDO

Prof. NICOLA JAEGER

Prof. GIOVANNI CASSANDRO

Prof. BIAGIO PETROCELLI

Dott. ANTONIO MANCA

Prof. ALDO SANDULLI

Prof. GIUSEPPE BRANCA

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 7 della legge 17 luglio 1919, n. 1176, promosso con ordinanza emessa il 12 giugno 1959 dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione IV, su ricorso di Oliva Rosa contro il Ministero dell’interno, iscritta al n. 125 del Registro ordinanze 1959 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 307 del 19 dicembre 1959.

Vista la dichiarazione di intervento del Presidente del Consiglio dei Ministri;

udita nell’udienza pubblica del 6 aprile 1960 la relazione del Giudice Giovanni Cassandro;

uditi l’avv. Costantino Mortati, per Oliva Rosa, e il sostituto avvocato generale dello Stato Luciano Tracanna, per il Presidente del Consiglio dei Ministri e il Ministro dell’interno.

Ritenuto in fatto

1. – Nel corso di un giudizio davanti al Consiglio di Stato su ricorso della dottoressa Rosa Oliva contro il Ministero dell’interno, fu sollevata questione di legittimità costituzionale della norma contenuta nell’art. 4 del R.D. 4 gennaio 1920, n. 39, nonché dell’art. 7 della legge 17 luglio 1919, n. 1176, sul quale quella norma si fonda. L’illegittimità di questi articoli sarebbe derivata dal contrasto in cui essi si trovano con l’art. 3, primo comma e l’art. 51, primo comma, della Costituzione, dato che la potestà che l’art. 51 conferisce al legislatore di determinare i requisiti per l’ammissione agli uffici pubblici non si riferirebbe al requisito del sesso. La violazione dell’art. 51 si sarebbe avuta anche nel caso in cui si potesse interpretare la norma contenuta in quest’articolo come quella che consente di considerare il sesso come ragione di differente capacità, stante che una limitazione siffatta non potrebbe essere contenuta in una norma priva di efficacia formale di legge come quella di un regolamento.

Il Consiglio di Stato ha precisato la questione di costituzionalità, limitandola alla norma dell’art. 7 della legge 17 luglio 1919, n. 1176, e più esattamente alla parte che esclude le donne dagli impieghi pubblici “che implicano… l’esercizio di diritti e di potestà politiche… secondo la specificazione che sarà fatta con apposito regolamento”, ritenendo che non é certo risponda alla volontà della Costituzione “l’aver affidato al potere normativo del Governo, e per di più con ampia discrezionalità, la determinazione degli impieghi pubblici non accessibili ai cittadini di sesso femminile”. Così specificata, il Consiglio di Stato ha ritenuto la questione non manifestamente infondata e tale che il giudizio non potesse essere definito indipendentemente dalla sua risoluzione e in conseguenza, con ordinanza emessa il 12 giugno 1959, ha sospeso il procedimento e trasmesso gli atti a questa Corte.

L’ordinanza notificata alle parti in causa, al Presidente del Consiglio dei Ministri e comunicata ai Presidenti delle due Camere del Parlamento, é stata pubblicata per disposizione del Presidente della Corte sulla Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 1959, n. 307.

2. – Nel giudizio si é costituita la dottoressa Rosa Oliva, rappresentata e difesa dall’avv. Costantino Mortati, depositando le sue deduzioni l’8 gennaio 1960. La tesi della difesa della dottoressa Oliva é la seguente. La norma contenuta nell’art. 51, primo comma, della Costituzione, pone una “riserva assoluta” di legge. Lo si dovrebbe dedurre già dalla stessa dizione letterale – “secondo i requisiti stabiliti dalla legge” -, che non potrebbe avere alcun altro significato se non dell’attribuzione al legislatore del potere – dovere di disporre esso soltanto “in ordine ai requisiti stessi”. Ma se ne avrebbe la riprova considerando la formulazione diversa dell’art. 97 della Costituzione che impone di provvedere all’organizzazione dei pubblici uffici “secondo disposizioni di legge”, con che risulterebbe chiara la volontà del legislatore di differenziare la forma necessaria per la disciplina dei requisiti di ammissione ai pubblici uffici da quella richiesta per l’organizzazione degli uffici.

Da ciò discenderebbe il divieto per il legislatore di rimettere ad una qualsiasi fonte secondaria anche soltanto parte della disciplina della materia e l’illegittimità dell’art. 7 della legge 17 luglio 1919, n. 1176, che ha rinviato ad apposito regolamento, con una formula generica che non potrebbe valere neppure quale determinazione dei criteri direttivi richiesta per la “riserva relativa” di legge, la specificazione degli impieghi i quali implichino l’esercizio di diritti e potestà politiche. Read the rest of this entry

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