Un amico per il gatto

Inserito da 10 novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Stafania ci invia questa

gatto passeggiava da solo nella savana africana e si annoiava; per cui, si disse: “Voglio trovarmi un amico; non intendo più stare da solo”.
Sulla sponda del fiume, sentì gracidare una rana. “Ecco qualcuno che vorrei avere come amico; le rane sanno davvero molte cose”.
Così, si rivolse alla rana: “Sto cercando un amico, se vuoi, possiamo chiacchierare insieme”.
La rana saltò sulla sponda, si accovacciò accanto al gatto e i due animali cominciarono a discorrere tranquillamente. Più tardi, passò nei paraggi una gazzella sgambettando allegramente; era alquanto distratta, non si accorse della rana e la schiacciò. Il gatto rincorse la gazzella, gridando: “Fermati! Fermati!”
La gazzella si fermò e lo guardò i suoi grandi occhi dolci. Il gatto le disse: “Anch’io posso correre velocemente; se vuoi, possiamo diventare buoni amici. Lasciami venire te”.
Così si incamminarono insieme nella savana, discorrendo allegramente. Non videro però un leopardo che stava avanzando verso di loro, nascosto tra l’erba.
All’, il leopardo aggredì la gazzella e la divorò un sol boccone! Il gatto osservò il leopardo e gli disse: “Sto cercando un amico; noi apparteniamo alla stessa famiglia e se lo desideri possiamo restare insieme”.
Mentre mangiava la gazzella, il leopardo gli lanciò un’occhiata amichevole. Quando ebbe terminato il pasto, si leccò i baffi, si stiracchiò e si distese accanto al gatto. Poi, cominciarono a parlare come due vecchi amici. Durante la digestione, il leopardo, insonnolito, si distrasse; pertanto, non vide l’elefante che stava uscendo
dalla foresta. Gli elefanti detestano i leopardi, ma l’animale non ebbe il tempo di fuggire; l’elefante si avventò contro di lui e lo trafisse con le zanne: povero leopardo!
Il gatto disse all’elefante: “Come sei grande e forte! Se vuoi, possiamo diventare amici; chiacchieriamo un po’”. L’elefante si sdraiò sull’erba, il gatto si avvicinò al suo orecchio e gli raccontò tutto quello che aveva appreso discutendo con la rana, con la gazzella e con il leopardo. L’elefante era molto interessato e si divertì un
mondo; nel frattempo, alcuni uomini si avvicinarono senza far rumore, nascondendosi tra i cespugli. Erano cacciatori e con frecce e lance colpirono a morte l’elefante che cadde a terra stecchito. Povero elefante!
Il gatto si disse: “Sono proprio sfortunato! Tutti i miei amici sono stati uccisi uno
dopo l’altro, persino l’elefante che era così grande e forte. Questi cacciatori sono ancora più forti; non mi resta che andare con loro”.
I cacciatori ritornarono al loro villaggio e il gatto li seguì; ognuno rientrò nella
propria capanna. Il gatto seguì il capo dei cacciatori, finché questi giunse davanti alla sua dimora. La moglie lo stava aspettando sulla soglia e gli chiese: “Che cosa hai portato da mangiare per cena?”
“Ho ucciso un elefante” rispose con orgoglio il cacciatore.
“Ah, si?” rispose la moglie “E dov’è la carne?”
Il cacciatore si sedette e le disse: “Sono molto stanco, inoltre fa davvero caldo; andrò a cercare la carne più tardi.”
“Non se ne parla nemmeno! Alzati, pigrone, e vai subito a prendere la carne!”. Gridò così forte che il cacciatore si alzò e uscì a cercare la carne. Allora il gatto cominciò a strusciarsi contro le gambe della moglie del capo, facendo le fusa.
“Sei così forte, miao! Sei certamente tu la più forte! Se lo desideri, potrò essere tuo amico e ti racconterò molte cose.”
“Va bene” rispose la donna sorridendo, poi, si abbassò per accarezzarlo. Da quel giorno, la donna e il gatto diventarono grandi amici. Di notte, mentre il gatto
passeggiava nella savana, imparava ogni sorta di segreti e misteri. Al mattino, veniva a strusciarsi contro le gambe della donna, che se lo prendeva sulle ginocchia, e le raccontava tutti i suoi segreti, facendo le fusa. “Sei indubbiamente tu la più forte!”

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Yin e Yang

Inserito da 7 novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Bufale e Hoax

Aiko ci invia questa storia cinese

Chang E e suo marito Hou Yi, il prodigioso arciere, vivevano durante il regno leggendario imperatore Yao (2000 a.C. circa).
Hou Yi era un valente della Guardia Imperiale che maneggiava un arco magico e scoccava frecce magiche.
Un giorno nel cielo apparvero dieci soli. La gente sulla terra non riusciva più sopportare il caldo e la siccità che ormai continuavano diversi anni.
L’imperatore decise allora di chiamare Hou Yi ordinandogli di tirare ai soli soprannumero per eliminarli dal cielo e soccorrere così la popolazione.
Facendo uso della sua abilità, Hou Yi ne abbattè nove lasciandone solo uno. La sua fama si diffuse, allora, fino giungere alla Regina Madre d’Occidente (Xi Wang Mu) nei lontani Monti Kunlun. Essa lo convocò al suo palazzo per ricompensarlo la pillola dell’immortalità, ma avvertendolo così:
“Non devi mangiare la pillola immediatamente. Prima devi prepararti per 12 mesi con la preghiera e il digiuno”.
Essendo un uomo diligente, egli prese a cuore il consiglio e iniziò i preparativi nascondendo, prima di tutto, a casa sua la pillola. Sfortunatamente fu chiamato d’ per una missione urgente.
In sua assenza, la moglie Chang E notò una luce fioca e un dolce odore emanare da un angolo della stanza. Una volta presa la pillola nella mano, non riuscì a trattenersi dall’assaggiarla. Nel momento in cui la ingoiò la legge di gravità perse il suo potere su di lei. Poteva volare! Non molto tempo dopo sentì suo marito ritornare e terrorizzata volò fuori della finestra.
Arco e frecce in mano, Hou Yi la inseguì per mezzo cielo, ma un forte vento lo riportò a casa.
Chang E volò dritta sulla Luna , ma quando arrivò, ansimava così forte per lo sforzo compiuto, che sputò l’involucro della pillola, la quale si tramutò istantaneamente in un coniglio di giada, mentre Chang E divenne un rospo a tre zampe.
Da allora vive sulla luna respingendo le frecce magiche che il marito le tira.
Hou Yi si costruì un palazzo sul sole ed essi si vedono il 15° giorno di ogni mese.
Chang E e Hou Yi, simboli, rispettivamente della luna e del sole, sono divenuti espressione di yin e yang, negativo e positivo, buio e luce, femminile e maschile, ossia della dualità che governa l’universo.

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La strana avventura di Liù

Inserito da 6 novembre, 2008 (0) Commenti

Si tratta di :Storielle e Aneddoti

Lucrezia ci invia questa storiella cinese

Nel grande lago Tung-Ting, tutti lo sanno, abitano i geni delle acque. Sono, di solito allegri burloni: si prendono gioco dei marinai e dei pescatori, ma non fanno male a nessuno.
Però c’è, fra gli altri, qualcuno dal carattere veramente crudele.
Spesso i geni del lago si impadroniscono delle giunche ancorate nei porti, e le utilizzano per le loro feste e danze. Succede così: il cavo che lega la giunca alla riva si allenta all’improvviso e l’imbarcazione se ne va alla deriva, mentre si ode intorno una musica deliziosa.
Allora i viaggiatori si nascondono nel fondo della giunca e stanno immobili, con gli occhi chiusi. Facendo così, sono sicuri che non capita a loro nulla di male: al termine della passeggiata la giunca si ferma, ed essi la ritrovano ancora al punto di partenza.
Una notte, a bordo di una giunca, si trovava un giovane di nome Liù. Tornava a casa dopo essere stato nella città vicina a sostenere certi esami, ma gli esami erano andati male, e Liù se ne tornava al suo paese bocciato e avvilito.
Sedeva a prua, triste e pensieroso, rimuginando i suoi tristi casi, quando sul lago
incominciò a diffondersi una musica deliziosa creata da strumenti invisibili. Udendo quei suoni, marinai e passeggeri si alzarono di scatto dai loro posti e corsero a gettarsi sul fondo della giunca, chiudendosi gli occhi con le mani. Tutti, a gran voce, esortarono Liù a fare altrettanto; ma il giovane non li ascoltò.
Era tanto arrabbiato contro tutti per il fallimento negli esami, che non aveva paura
nemmeno dei geni del lago! Si sentiva pronto a sfidarli: a sfidare il mondo intero! Perciò si nascose dietro un rotolo di cordami, e tenne gli occhi bene aperti per vedere lo spettacolo di cui aveva udito parlare e di cui nessuno era mai stato testimone.
La musica cresceva di tono: tamburi e trombe facevano tanto rumore che il giovane si sentì quasi stordito. L’aria si era riempita di profumo, e a poco a poco sul ponte della giunca si delinearono le figure di molte bellissime fanciulle splendidamente vestite che cantavano e danzavano. Il giovane guardava con occhi sbarrati. Le ragazze piroettavano intorno prendendosi per mano e lasciandosi, al ritmo della musica; ma una, forse la più bella di tutte, giunse danzando leggerissima presso il rotolo di cordami dietro il quale era nascosto Liù. Aveva ornamenti sui capelli; indossava un vestito dell’uccello del paradiso, e calzava minuscole scarpette di velluto rosso.
Quando la vide tanto vicina, Liù non seppe trattenersi: uscì dal suo nascondiglio e protese la mano per fermare la bella giovinetta; ma riuscì appena ad afferrare un lembo della lunga manica svolazzante. Nel sentirsi presa così, la ragazza gridò:
- Oh, oh, lasciami!
- Si; se mi dici chi sei e come ti chiami – rispose il giovane.
La danzatrice tentò di svincolarsi. Ma Liù non lasciava la stoffa, e fu così che la manica si lacerò: la fanciulla fuggì e Liù si trovò fra le mani un lembo di seta color dell’uccello del paradiso. Ma quasi all’istante comparvero intorno a lui venti soldati e il loro capo gridò:
- Portatelo davanti al re!
Subito un soldato legò le mani di Liù, e gli altri lo spinsero avanti, vicino a un trono dorato su cui stava seduto un uomo imponente vestito di abiti ricchissimi. Con uno spinone i soldati fecero inginocchiare il giovanotto, mentre il re gridava con voce tonante:
- Tu hai osato toccare la veste di una damigella della mia corte! Lo sai cosa ti aspetta? Preparati a morire, perché io ti farò tagliare la testa.
Liù non perdette la sua calma.
- Credo che tu sia il re del lago Tung-Ting – commentò. – Mi sembrava di aver udito parlare della tua generosità, ma non sembra che la tua fama corrisponda davvero al tuo carattere. Infatti tu mi fai morire soltanto per aver toccato il lembo di una veste di seta.
Sospirò e aggiunse:
- Del resto questa è la giornata delle mie disgrazie, ed è giusto che vada a finire così.
Il re lo guardò incuriosito.
- La tua morte può anche aspettare. Dimmi che cosa ti è capitato.
- Questo forse non potrà interessarti, ma sappi che io credevo di essere un ottimo poeta. Però, quando mi sono presentato agli esami convinto di superarli con onore, sono stato invece bocciato.
- Allora tu componi poesie? Ti metterò alla prova. Se saprai comporre un poema sui diversi modi di pettinarsi ti farò la grazia della tua vita.
- Dammi l’occorrente per scrivere, e mi metterò al .
Immediatamente i servi portarono davanti a Liù pennelli, inchiostro di china e rotoli di carta fine come la seta. Liù sedette in disparte poi incominciò a scrivere.
Dopo un’ora aveva finito. Allora il giovane portò il poema al re, il quale svolse il rotolo e incominciò a ridere, e rise fino alla fine. Quando ebbe terminato, ammise di essersi divertito immensamente.
- Avevi proprio ragione, – dichiarò – sei un letterato di valore, e io non ti farò morire, anzi, affinché anche tu possa riconoscere la mia generosità ti prego di accettare questi doni.
Subito alcuni servi deposero ai piedi di Liù dieci libbre di oro puro, e su di esse fu messa una squadra da falegname in cristallo di rocca. Il re aggiunse:
- Se nel lago tu dovessi trovarti in , questo oggetto ti salverà.
Detto questo, il re scese dalla giunca, salì in una splendida portantina e subito dopo tutti scomparvero.
Sul lago regnava il più assoluto silenzio, e a poco a poco i marinai e i passeggeri della giunca risalirono dal fondo: poi la nave riprese la sua navigazione verso nord. Liù se ne stava seduto in un angolo e guardava il lago; non raccontò ad alcuno ciò che gli era capitato. Per quanto i passeggeri si rivolsero spesso a lui per parlargli, il ragazzo rispondeva a monosillabi e continuava a pensare alla sua strana avventura. Poco dopo bruscamente il vento cambiò direzione.
- Disgraziati noi! – gridò il capitano. – Stiamo per incappare in una burrasca!
Infatti le onde del lago erano diventate color piombo e si sollevavano in ondate sempre più alte; in cielo nuvolosi neri, neri si inseguivano, spinti da un vento furioso. La burrasca si scatenò con una violenza mai vista, e tutte le giunche che stavano attraversando il lago si capovolsero; i marinai, travolti dalle ondate, cercavano di aggrapparsi ai rottami, ma molti di essi annegarono.
Liù, sul ponte della sua giunca, teneva stretta fra le mani la squadra in cristallo di rocca, e, come per prodigio, le ondate più alte e più violente all’improvviso si fermavano, si placavano, svanivano.
La giunca continuava a navigare attraverso il lago in tempesta, e soltanto sotto di lei e intorno a lei le acque si facevano lisce come l’olio. Così tocco la riva senza risentire alcun danno, con gran stupore dei passeggeri e dell’equipaggio.
Liù scese tutto allegro, e subito cercò i suoi amici per raccontare loro la sua straordinaria avventura. Naturalmente non pensava più agli esami, e non ricordava nemmeno il disinganno e la collera per la bocciatura. Il tempo passò, Liù non scriveva più poesie, ma aveva incominciato a occuparsi di affari. Un giorno, mentre si trovava a Wu-Ciang, udì dei negozianti che parlavano di uno strano caso.
- Vive in questo villaggio – diceva uno di essi – una vecchia signora che si chiama Lee. Ha una figliola bellissima, e molti giovani avrebbero voluto sposarla, ma la signora Lee risponde a tutti concederà la mano di sua figlia soltanto a quel pretendente che mostrerà un oggetto identico a quello che la ragazza porta in dote.
- Quale oggetto? – chiese Liù incuriosito.
- Una squadra da falegname in cristallo di rocca.
Appena ebbe udito ciò, Liù tornò a casa, prese la squadra che gli era stata regalata dal Genio del Fiume e andò subito a bussare alla porta di casa della signora Lee. La donna gli aperse sorridendo. Non appena Liù ebbe mostrato la sua squadra, la signora chiamò la figlia, una ragazza bellissima, la quale si presentò reggendo fra le mani una squadra assolutamente identica, che brillava rifrangendo i raggi del sole.
La signora Lee disse a Liù che gli concedeva la figlia in sposa , e il giovane manifestò subito il desiderio che le nozze fossero celebrate al più .
- Benissimo – asserì la vecchia signora. – Lascia qui la tua squadra, torna a casa e manda la portantina a prendere la sposa.
A Liù rincresceva molto separarsi dal suo prezioso talismano, ma la vecchia gli disse:
- Devi dare una prova di amore alla tua bellissima fidanzata.
Allora Liù si rassegnò, e consegnata la squadra, si avviò al porto dove stava ancorata la giunca con la quale era arrivato a Wu-Ciang. Domandò al capitano dove trovare chi gli noleggiasse una portantina, e dopo aver dato disposizione affinché a bordo tutto fosse pronto per accogliere la sposa, assodò portatori, servi e musicanti.
Tra suoni di pifferi e di piattini, il corteo nuziale si avviò verso la casa della signora Lee, e Liù lo accompagnava tutto felice; ma, quando arrivò, lo aspettava un’amara sorpresa: la casa era vuota e deserta, non solo, ma sembrava anche disabitata da molto tempo. I ragni avevano tessuto le loro ragnatele davanti alla porta e alle finestre; le erbe selvagge crescevano fin sulla soglia.
Tutti incominciarono a ridere e a burlarsi di lui e Liù, vergognoso e indispettito, licenziò portatori e musicanti e tornò al porto tutto malinconico, rimproverandosi mille volte di essere stato sciocco. Come giustificarsi, davanti il capitano, per quel matrimonio mancato? Ma, appena salito a bordo, udì una dolcissima voce che gli diceva:
- Liù, perché arrivi così tardi?
E con immenso stupore vide davanti a sé una giovinetta bellissima che gli sorrideva
dolcemente. La giovinetta indossava un abito color dell’uccello del paradiso e calzava un paio di scarpette rosse; soltanto la sua manica appariva lacerata, e ne mancava un piccolo lembo. Liù credeva di sognare e la fanciulla, vedendolo, rise divertita.
- Perché mi guardi così? sembra che tu non mi abbia mai vista!
Liù finalmente ritrovò la voce e disse:
- Voi siete la fanciulla che danzava sulla giunca, quella notte!
- Sono proprio io. Ora ti spiegherò tutto. Colui che tu vedesti sulla giunca quella notte, era proprio il re del lago di Tung-Ting. Egli fu così contento di averti conosciuto, che scelse me perché fossi tua sposa. Però non voleva che io sbagliassi, e mi diede una squadra in cristallo di rocca identica alla tua, affinché servisse come segno di riconoscimento. Così volle vedere quella che tu avevi dato a me, e io gliel’ho portata, oggi: perciò non hai trovato nessuno a casa mia. Io mi chiamo Loto-Nascente e sono la prediletta della regina.
- E la signora Lee?
- E’ soltanto una dama di compagnia che aveva l’incarico di accompagnarmi e servirmi in attesa del tuo arrivo.
Liù era al colmo della gioia.
- Andiamo a casa mia! – esclamò. – Non appena arrivati ti presenterò ai miei genitori e celebreremo le nozze.
- Un momento: non abbiamo ancora definito la questione della mia dote!
- Oh, lo sapevo che tu non avevi altra dote che la tua squadra da falegname! – riabbatte
Liù con calore. – Ma a me basta così.
La fanciulla sorrise dolcemente.
- Niente affatto: io debbo eseguire gli ordini del re e della regina. Anzi, ti prego di aspettarmi un attimo.
Così dicendosi tolse uno spillone dai capelli e lo gettò nell’acqua. Subito dalle acque del lago emerse una piccola barca che si accostò alla giunca. La fanciulla vi balzò dentro leggera, e subito dopo tutto sparì.
Rimasto solo, Liù sedette tristemente su un rotolo di cordami, e ristette a guardare la superficie del lago, proprio nel punto in cui la sua bella sposa era scomparsa. Il cuore gli tremava, nel timore che la giovinetta, questa volta, se ne fosse andata per sempre. Ma a un tratto, proprio nel punto in cui era sparita la piccola barca, apparve una grande e bella giunca che, a vele spiegate, venne ad allinearsi proprio a fianco a quella di Liù.
Dal ponte spiccò il volo uno stupendo uccello del paradiso, il quale venne a posarsi
accanto al giovane, e subito si trasformò nella bella Loto-Nascente che gli sorrideva. Poi dallo stesso ponte mani invisibili incominciarono a gettare oro, pezze di seta, gioielli e oggetti preziosi in tale quantità, che ben presto il ponte della giunca di Liù ne fu tutto ricoperto.
- Questa – disse la fanciulla – è la dote che ti inviano il re e la regina del lago di Tung-Ting.
E ogni volta che andrò a far loro visita, me ne daranno altrettanta.
Liù non aveva più parole per lo stupore e la gioia. Prese per mano la giovane sposa,
mentre il capitano faceva spiegare le vele.
La giunca si mosse e in poco tempo attraversarono il lago senza il minimo incidente.
Quando i due giovani giunsero a casa, i genitori di Liù non potevano credere ai loro occhi, tanto la sposa era bella e le ricchezze preziose e abbondanti.
Gli sposi vissero felici insieme per molti anni, e nessuna nube venne mai a turbare la loro serenità.
L’unico rimpianto di Liù era che non gli fosse stata restituita la sua bella squadra da falegname in cristallo di rocca.

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Il convento del Bambù d’oro

Inserito da 4 novembre, 2008 (0) Commenti

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Lucia ci invia questa storia cinese

un lontano paese, dove la gente si nutriva di germogli di bambù, c’era un canneto di queste piante che, ogni anno, durante la notte che precede Nuovo Anno, diventava per un’ora d’oro puro. Nessuno doveva tagliare i fusti d’oro, altrimenti, per cinque chilometri tutt’intorno, non sarebbe più nato dalla terra neppure un solo germoglio. Non lontano dal canneto, un convento, abitava Wang, un monaco
solitario, che decise di rubare il bambù d’oro. La notte precedente il Nuovo Anno, attuò il suo piano; ma col suo coltello smussato riuscì a tagliare una sola canna, prima che l’oro si trasformasse di nuovo in bambù. Una sola canna d’oro non bastava a Wang! Rimandò quindi il suo piano. L’ seguente, si presentò al convento un ragazzo; il monachello aveva solo dieci anni, ma Wang gli faceva
svolgere da solo tutto il lavoro. L’ultimo giorno dell’anno, Wang affilò il suo coltello; attese che il ragazzo si addormentasse, poi mise una pietra in equilibrio sulla porta del convento, in modo che cadesse in testa al monachello se avesse cercato di seguirlo. Wang si preparò ad uscire, ma nella fretta, imboccò la porta sbagliata, la pietra gli cadde in testa e lo tramortì. Quando si risvegliò, ormai era troppo tardi. Un giorno, durante l’ora in cui, come d’abitudine, il monaco era assente, giunse al convento un bambino che fece amicizia con il monachello e lo aiutò nel suo lavoro. Scomparve prima del ritorno di Wang, ma si ripresentò nei giorni seguenti. Un giorno, Wang rientrò prima del solito e sentì risa e grida; quando entrò, il bambino fuggì e scomparve in un canaletto. Wang lo seguì e notò che nel canaletto erano cresciute delle piantine particolari. Wang si rammentò di un’antica leggenda, secondo la quale ogni trecento anni da quelle piante nasceva
un bambino. Bisognava tenere il bambino prigioniero per cento giorni e poi mangiarlo, avrebbe ricevuto grandi poteri magici e sarebbe diventato immortale. Wang aspettò sette giorni, poi comparve all’ davanti ai due compagni
di gioco e il bambino saltò nel canaletto. Ma Wang aveva preparato una trappola e catturò il bambino. Il monaco raccolse tra le piantine la radice dalla forma umana e si disse tutto contento: “I cento giorni termineranno proprio con l’arrivo del Nuovo Anno”. Poi, chiuse la radice in un baule che nascose con cura. Il mattino del centesimo giorno, Wang affilò due grossi coltelli e mise il bambino in un pentolone per farlo cuocere; ma, prima che fosse terminata la cottura, dovette allontanarsi. Ordinò al monachello di non aprire la pentola in nessun caso. Il giovane monaco si
sedette accanto al fuoco. Wang tardava e il delizioso profumino che proveniva dalla pentola aveva tanto incuriosito il monachello che alla fine sollevò il coperchio. Inutile dire come rimase nel vedere il suo amico nella pentola! Scoppiò a piangere, ma il bambino gli disse: “Non piangere, amico mio! Sbrigati a mangiarmi! Chi mi
mangia non morirà e otterrà poteri magici”. Il giovane rifiutò, ma il bambino gli intimò: “Se non lo fai tu, mi mangerà il monaco non appena sarà tornato!” Allora il
monachello obbedì e cadde in un sonno profondo. Quando Wang ritornò, trovò il monachello addormentato, notò la pentola scoperchiata e, quando scoprì che era vuota, montò su tutte le furie. All’improvviso, con suo immenso stupore, vide il monachello che si sollevava in aria fluttuando come una piuma per tutta la cucina. “Ho mangiato il bambino” disse il monachello “Possiedo grandi poteri magici e so che stai aspettando la notte per tagliare le canne d’oro”. Wang non poteva più nascondere le sue intenzioni e chiese grazia; per punirlo, il monachello lo trasformò in un bue d’oro e lo incaricò di sorvegliare le canne di bambù. Ogni volta che il bue strappava una foglia, il bambù diventava subito d’oro massiccio; ben presto, l’intero canneto risplendette d’oro e il convento diventò famoso con il nome di Convento del Bambù d’oro.

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Il giudice Ooka e il salice

Inserito da 30 ottobre, 2008 (0) Commenti

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Aiko ci segnala questa storia giapponese

Viveva nella città di Edo un giudice famoso per la sua saggezza e la sua imparzialità. Si chiamava Ooka. I nobili e i ricchi sostenevano che fosse uno stravagante o persino uno stupido, ma la gente del popolo lo lodava e circolavano
molte storie sul suo conto. Un giorno, il signor Kugio, il giudice supremo, lasciò Osaka per andare a Edo. Si considerava il miglior giudice del Giappone e voleva
rendersi conto di persona delle qualità attribuite ad Ooka.
Si recò immediatamente tribunale, dov’era corso un processo. L’accusato era un tipo di nome Gohey, mentre l’accusatore era Mompei, un ricco mercante.
“Sono stato aggredito e derubato di tutto il mio denaro” dichiarò Mompei “Ho riconosciuto il mio aggressore: è Gohey.”
“Dove ha avuto luogo l’aggressione?” domandò il giudice.
“Nei pressi città di Okanomizo.”
Gohey esclamò: “E’ una menzogna! Non sono mai andato a Okanomizo; come avrei potuto aggredire qualcuno?”
“Mi sembra evidente” disse il giudice sorridendo.
Poi, si rivolse a Mompei in tono severo: “Sai bene che le false deposizioni devono essere punite! Spero per te che tu possa presentare una o un testimone!”
“Come potrei avere un testimone?” rispose Mompei. “I ladri non commettono i loro misfatti in pubblico! Gohey era solo e mi ha aggredito in un luogo isolato. Si era nascosto dietro un vecchio salice, sul ciglio della strada, e all’ mi si e’ avventato contro.”
“Un vecchio salice!” disse Ooka, pensieroso. “Ecco il tuo testimone! vai a cercare il salice, in modo che confermi la tua versione fatti!”
Tutti i presenti rimasero muti e increduli. Il signor Kugio pensava: “Questo Ooka o è pazzo oppure imbecille, o entrambe le cose! Come può essere considerato il miglior giudice del Giappone? E io ho affrontato il viaggio da Osaka per
conoscerlo!”
“Signore!” riprese Mompei. “Come potrebbe parlare un albero? E anche se potesse, come farei a trasportarlo da Okanomizo fino in tribunale?”
“E’ un tuo problema!” rispose Ooka irritato. “Presenta questo testimone entro oggi, altrimenti sarai condannato a un’ammenda! Ora vattene!”
Quando Mompei fu uscito, Ooka si rivolse al suo ospite: “Sono molto onorato della vostra visita; mentre aspettiamo il ritorno dell’accusatore, posso proporvi di
andare alla sala da the?”
Il signor Kugio accettò con aria sostenuta e i due giudici si alzarono. Passando davanti a Gohey, Ooka gli disse con benevolenza: “Non temere: la tua innocenza verrà dimostrata quando il tuo antagonista sarà di ritorno. Nell’attesa, resta qui; noi andiamo a bere una tazza di the, ma torneremo presto.”
Gohey rispose: “Signore, vi ringrazio, ma vorrei poter tornare a : non posso
certo aspettare per una settimana che Mompei sia di ritorno! Mia moglie e i miei figli mi aspettano!”
“Una settimana?” si stupì Ooka. “Okanomizo si trova a due passi da qui, e Mompei non e’ un invalido, mi pare!”
“Oh, vi sbagliate” esclamo’ Gohey ridendo, “non si tratta di questa Okanomizo,
ma di quella che si trova presso Saitamiè!”
“Forse” riprese Ooka, “comunque, non è poi così lontano! Se si sbriga, può tornare per questa sera! Abbi un po’ di pazienza!”
Gohey cominciava ad innervosirsi. “Signore, non tornerà mai per questa sera; c’è un fiume da attraversare e il salice si trova sulla sommità di una montagna scoscesa. Inoltre, l’albero è molto vecchio e il suo tronco è enorme: gli occorrerà molto tempo per abbatterlo e trasportarlo…”
All’improvviso, si fermò e impallidì: aveva descritto al giudice il luogo in cui era stato commesso il furto e dove affermava di non essere mai stato. Ooka si rivolse alle guardie: “Quest’uomo è un ladro e ha rapinato Mompei. Catturatelo!”
Poi, si rivolse sorridendo al suo ospite:
“Allora, andiamo a bere questo the?” Il giudice Kugio si inchinò profondamente: “Sei il giudice più saggio che io abbia mai conosciuto. E’ un vero onore per me accettare il tuo invito!”

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Sean e la mucca

Inserito da 28 ottobre, 2008 (0) Commenti

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Giuseppe ci segnala questa storiella irlandese

In un piccolo pesino dell’Irlanda vivevano una volta un figlio e una madre molto poveri.
Sean che era ancora un ragazzetto, non solo doveva lavorare tutto giorno ma per arrotondare faceva anche delle scope che poi vendeva al mercato. Ogni giorno portava a pascolare l’unica mucca che possedevano , e questa dava ogni giorno latte fresco.
Una bella mattina, Sean decise di raccogliere erica per intrecciare e fabbricare nuove scope, e così seguito dalla mucca si spinse oltre il bosco. Ad un certo punto sentendosi stanco decise di riposarsi in una piccola valletta. Si sdraiò e d’improvviso vide che tutto il prato era pieno di folletti che cantavano e che giocavano allegramente.
- Beati voi come siete contenti. Io invece devo lavorare tutto il giorno e non ho mai tempo per giocare.
- Vieni, vieni a giocare e ci divertiremo.
- Oh grazie – rispose Sean – e a che cosa giochiamo?
- A calcio – rispose uno dei folletti – tu stai in porta.
E così cominciarono a giocare. Tutto andò per il meglio finché quando arrivò una pallonata giusto in faccia al ragazzo e per cinque minuti non poté vedere niente.
Tutti gli elfi ridevano a crepapelle, e se ne andarono correndo per il prato.
Quando Sean recuperò vista, non trovò più sua mucca e subito pensò che si era persa nel bosco.
Tornò a e raccontò quanto era successo alla madre.
Il giorno dopo madre e figlio andarono subito alla ricerca mucca e solo dopo lunghe ore di ricerca la trovarono morta in un dirupo. La madre si disperò molto, e si sentiva perduta senza quella mucca che almeno le dava il latte.
Passò del tempo…
Una bella mattina Sean stava intrecciando dell’erica per le scope quand’ecco che scorse due elfi che pascolavano una mucca.
La guardò e la riguardò e ben presto si accorse che quella era la sua mucca. Si avvicinò le saltò in groppa e la mucca indispettita cominciò a dimenarsi e a correre giù per il prato con i due elfi attaccati alla coda.
E la mucca correva e correva e arrivò nei pressi del lago, e sempre più vicino alla riva, e sempre più vicino all’acqua …finché non si immersero nell’acqua! Il ragazzo stava dicendo le sue ultime preghiere quando scorse nel fondo del mare un palazzo di cristallo.
Entrarono e scorsero moltissime dame e cavalieri che erano nella sala principale.
Subito gli venne incontro il re .
- Lei si è impossessato della mia mucca – disse il ragazzo.
- No caro ragazzo questa è la mia mucca, l’ho comprata due elfi.
Il ragazzo allora raccontò tutta la storia. Il re che era un uomo buono propose al ragazzo un borsa piene di monete d’oro in cambio della sua mucca che faceva un ottimo latte .
- Niente affatto io sono per le cose giuste, quindi rendetemi la mucca di mia madre e io toglierò il disturbo.
Il re sbalordito per questo rifiuto disse:
- Come puoi rifiutare un’offerta del genere, la mucca è indispensabile qui a corte. Con il suo latte macchiamo sempre il the delle sei.
- E a me sicuramente servirà di più, perché noi lassù siamo molto poveri.
Il re commosso da tanta onestà gli concedette la mucca e gli regalò un sacchetto pieno di monete d’oro.
Ma il ragazzo rifiutò: – Penseranno tutti che li ho rubati. Teneteli pure!
- Mi sento in torto nei tue confronti ragazzo per cui ti faccio una proposta: ogni giorno verso le cinque porterai in riva al lago un secchio pieno di latte di mucca e noi lo pagheremo per quanto per noi vale.
Contento e soddisfatto Sean ritornò a casa e raccontò quello che era successo alla madre e credeva che suo figlio fosse diventato pazzo. Così il ragazzo la dovette portare in riva al lago e quando vide due folletti uscire dal lago con due pacchettini pieni di monete d’oro restò molto meravigliata.
Così finisce questa storia, Sean si guadagnò sempre onestamente da vivere e visse ancora per molti anni con la sua mamma.

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