Il 9 maggio 1950 Festa dell’Europa – (Russia) dell’Unione Sovietica

Inserito da Silvio Passalacqua 9 maggio, 2010 (0) Commenti

Il 9 maggio 1950, Robert Schuman presentava la proposta di creare un’Europa organizzata, indispensabile al mantenimento di relazioni pacifiche fra gli Stati che la componevano. La proposta, nota come “dichiarazione Schuman”, è considerata l’atto di nascita dell’Unione europea. Questa proposta, nota come Dichiarazione Schuman, è l’inizio del processo d’integrazione europea. Il giorno coincide con la Festa della Vittoria (Russia) dell’Unione Sovietica (quella di molti paesi europei occidentali cade l’8 maggio).
Questa giornata (Festa dell’Europa) del 9 maggio è diventata un simbolo europeo che, insieme alla bandiera, all’inno, al motto e alla moneta unica (l’euro), identifica l’entità politica dell’Unione Europea. La festa dell’Europa è l’occasione di dar vita a festività e di organizzare attività che avvicinano l’Europa ai suoi cittadini ed i popoli dell’Unione fra loro.

fonte e link
http://europa.eu/abc/symbols/9-may/index_it.htm

La dichiarazione del 9 maggio 1950

Segue il testo integrale della dichiarazione di Robert Schuman, l’allora Ministro degli Esteri francese, rilasciata il 9 maggio 1950 e che diede origine al processo di integrazione europea.

La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano.
Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche. La Francia, facendosi da oltre vent’anni antesignana di un’Europa unita, ha sempre avuto per obiettivo essenziale di servire la pace. L’Europa non è stata fatta : abbiamo avuto la guerra.

L’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto. L’unione delle nazioni esige l’eliminazione del contrasto secolare tra la Francia e la Germania: l’azione intrapresa deve concernere in prima linea la Francia e la Germania.
A tal fine, il governo francese propone di concentrare immediatamente l’azione su un punto limitato ma decisivo.

Foto – Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950Il governo francese propone di mettere l’insieme della produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità, nel quadro di un’organizzazione alla quale possono aderire gli altri paesi europei.
La fusione della produzioni di carbone e di acciaio assicurerà subito la costituzione di basi comuni per lo sviluppo economico, prima tappa della Federazione europea, e cambierà il destino di queste regioni che per lungo tempo si sono dedicate alla fabbricazione di strumenti bellici di cui più costantemente sono state le vittime.

La solidarietà di produzione in tal modo realizzata farà si che una qualsiasi guerra tra la Francia e la Germania diventi non solo impensabile, ma materialmente impossibile. La creazione di questa potente unità di produzione, aperta a tutti i paesi che vorranno aderirvi e intesa a fornire a tutti i paesi in essa riuniti gli elementi di base della produzione industriale a condizioni uguali, getterà le fondamenta reali della loro unificazione economica.

Questa produzione sarà offerta al mondo intero senza distinzione né esclusione per contribuire al rialzo del livello di vita e al progresso delle opere di pace. Se potrà contare su un rafforzamento dei mezzi, l’Europa sarà in grado di proseguire nella realizzazione di uno dei suoi compiti essenziali: lo sviluppo del continente africano. Sarà così effettuata, rapidamente e con mezzi semplici, la fusione di interessi necessari all’instaurazione di una comunità economica e si introdurrà il fermento di una comunità più profonda tra paesi lungamente contrapposti da sanguinose scissioni.

Questa proposta, mettendo in comune le produzioni di base e istituendo una nuova Alta Autorità, le cui decisioni saranno vincolanti per la Francia, la Germania e i paesi che vi aderiranno, costituirà il primo nucleo concreto di una Federazione europea indispensabile al mantenimento della pace.Per giungere alla realizzazione degli obiettivi cosi’ definiti, il governo francese è pronto ad iniziare dei negoziati sulle basi seguenti.

Il compito affidato alla comune Alta Autorità sarà di assicurare entro i termini più brevi: l’ammodernamento della produzione e il miglioramento della sua qualità: la fornitura, a condizioni uguali, del carbone e dell’acciaio sul mercato francese e sul mercato tedesco nonché su quelli dei paese aderenti: lo sviluppo dell’esportazione comune verso gli altri paesi; l’uguagliamento verso l’alto delle condizioni di vita della manodopera di queste industrie.

Per conseguire tali obiettivi, partendo dalle condizioni molto dissimili in cui attualmente si trovano le produzioni dei paesi aderenti, occorrerà mettere in vigore, a titolo transitorio, alcune disposizioni che comportano l’applicazione di un piano di produzione e di investimento, l’istituzione di meccanismi di perequazione dei prezzi e la creazione di un fondo di riconversione che faciliti la razionalizzazione della produzione. La circolazione del carbone e dell’acciaio tra i paesi aderenti sarà immediatamente esentata da qualsiasi dazio doganale e non potrà essere colpita da tariffe di trasporto differenziali. Ne risulteranno gradualmente le condizioni che assicureranno automaticamente la ripartizione più razionale della produzione al più alto livello di produttività.

Contrariamente ad un cartello internazionale, che tende alla ripartizione e allo sfruttamento dei mercati nazionali mediante pratiche restrittive e il mantenimento di profitti elevati, l’organizzazione progettata assicurerà la fusione dei mercati e l’espansione della produzione.

I principi e gli impegni essenziali sopra definiti saranno oggetto di un trattato firmato tra gli stati e sottoposto alla ratifica dei parlamenti. I negoziati indispensabili per precisare le misure d’applicazione si svolgeranno con l’assistenza di un arbitro designato di comune accordo : costui sarà incaricato di verificare che gli accordi siano conformi ai principi e, in caso di contrasto irriducibile, fisserà la soluzione che sarà adottata.

L’Alta Autorità comune, incaricata del funzionamento dell’intero regime, sarà composta di personalità indipendenti designate su base paritaria dai governi; un presidente sarà scelto di comune accordo dai governi; le sue decisioni saranno esecutive in Francia, Germania e negli altri paesi aderenti. Disposizioni appropriate assicureranno i necessari mezzi di ricorso contro le decisioni dell’Alta Autorità.
Un rappresentante delle Nazioni Unite presso detta autorità sarà incaricato di preparare due volte l’anno una relazione pubblica per l’ONU, nelle quale renderà conto del funzionamento del nuovo organismo, in particolare per quanto riguarda la salvaguardia dei suoi fini pacifici.

L’istituzione dell’Alta Autorità non pregiudica in nulla il regime di proprietà delle imprese. Nell’esercizio del suo compito, l’Alta Autorità comune terrà conto dei poteri conferiti all’autorità internazionale della Ruhr e degli obblighi di qualsiasi natura imposti alla Germania, finché tali obblighi sussisteranno.

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Birmania: Appello Hrw ai paesi del vertice Asem per i diritti umani

Inserito da Silvio Passalacqua 25 ottobre, 2008 (0) Commenti

Il gruppo umanitario Human Rights Watch (HRW) ha chiesto ai partecipanti all’ASEM 7 – il vertice tra Europa ed Asia che si apre domani a Pechino – un pronunciamento a favore dei diritti umani in Birmania. “I membri dell’ ASEM hanno l’opportunità di sfidare la Birmania a realizzare riforme politiche e a rispettare le libertà di base”, afferma in un comunicato diffuso oggi in Cina Brad Adams, il direttore per l’ Asia di HRW. Adams ricorda tra l’altro che l’intransigenza della giunta militare che governa il piccolo paese asiatico ha portato al fallimento della mediazione dell’inviato dell’Onu Ibrahim Gambari. Secondo HRW l’ Asem dovrebbe presentare quattro richieste al governo birmano: rilasciare immediatamente i circa duemila detenuti politici,tra cui il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi; abolire le restrizioni alla libertà di espressione, assemblea ed associazione; mettere fine agli attacchi militari contro le minoranza etniche; smettere di reclutare nell’esercito ragazzi di età inferiore ai 18 anni. Il gruppo umanitario chiede in particolare all’ Unione Europea di esercitare pressione sui “sostenitori” della giunta birmana presenti al vertice, cioè la Cina, l’India e l’ASEAN (associazione dei paesi del sudest asiatico).

Fonte: Unione Sarda

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Aiutate la Misericordia di Andria, una donazione per la nuova ambulanza necessaria per salvare vite umane

Inserito da Silvio Passalacqua 18 agosto, 2008 (0) Commenti
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Appello vero aiutiamo,
donate aiuterete ad aiutare il prossimo !

Hoax.it estende l’appello pubblicato dal sito www.misericordiaonline.net e da andrialive.it .

Si tratta di donare una qualsiasi somma per aiutare i volontari della misericordia di Andria,vi chiedo di mobilitarvi e donare i volontari sono sempre pronti quando c’è bisogno di assistenza,svolgono con professionalità e impegno il loro lavoro anche quando tutti sono in vacanza, due mezzi in pochi giorni sono andati distrutti e con loro il carico di strumenti e di farmaci salva-vita.

Come fare?
Contattando la Misericordia in Corso Europa Unita n.2,
tel. 0883-292592, 340.8946309″.
Per eventuali donazioni, queste potranno essere eseguite su:
C/C POSTALE N° 10854701
intestato a CONFRATERNITA MISERICORDIA ANDRIA
Cso Europa Unita 2 ANDRIA
causale: pro-ambulanza 118

13/08/2008
18:06:48

(Andria) LA CITTA’ INCOMINCIA A MOBILITARSI PER LA SUA MISERICORDIA

Dal sito andralive.it il Coordinamento “Andria Città Sana” muove le prime significative iniziative a favore dalla Misericordia di Andria.

“E’ Estate. E’ tempo di vacanze e di spostamenti, perciò è sempre più probabile che accadano incidenti, purtroppo.
Quando si verificano ci sono presenze che non sfuggono alla nostra attenzione.
Sono gli uomini e le donne in tuta con il simbolo del triangolo giallo con croce rossa.
Appartengono alla Misericordia, una confraternita che è dedita al pronto soccorso per strada e attiva in tutte le circostanze in cui c’è bisogno di assistenza ..
Li si attende come fossero angeli.
Ebbene non lo sono. Non hanno ali e non volano.
Sono persone in carne ed ossa come noi e usano mezzi che sono attrezzati di tutto ciò che occorre per salvare vite umane.
Dal defibrillatore cardiaco che salva un paziente dall’infarto, dall’ossigeno terapeutico che da sollievo nell’asfissia, ai farmaci essenziali per ripristinare la circolazione sanguigna o per bloccare fatali reazioni allergiche.
La sventura si è accanita sui volontari della Misericordia di Andria.
Due mezzi in pochi giorni sono andati distrutti e con loro il carico di strumenti e di farmaci salva-vita.
Invochiamo la Provvidenza, certo, preghiamo insieme affinché non manchi la forza per non arrendersi alla sventura.
Forza ragazzi, non mollate, non molliamo, ricordiamoci che c’è Qualcuno che è più forte di ogni malasorte, che ci guida sempre e ci protegge.
Ma noi come cittadini abbiamo anche il dovere di aiutare la Provvidenza.
Perciò promuoviamo insieme una raccolta di fondi, che faccia sentire la nostra vicinanza in maniera concreta a questi giovani che soccorrono le vittime della strada e che accorrono in tutte le situazioni in cui ci sia sofferenza e dolore.
Invitiamo tutte le associazioni di volontariato, ma anche le fondazioni culturali, gli istituti di credito, i tanti gruppi di persone generose, i singoli cittadini a donare anche una piccola somma di denaro in favore della Misericordia di Andria.”

Come fare?
Contattando la Misericordia in Corso Europa Unita n.2,
tel. 0883-292592, 340.8946309″.
Per eventuali donazioni, queste potranno essere eseguite su:
C/C POSTALE N° 10854701
intestato a CONFRATERNITA MISERICORDIA ANDRIA
Cso Europa Unita 2 ANDRIA
causale: pro-ambulanza 118

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La crisi crea il «socialismo per i ricchi»

Inserito da Silvio Passalacqua 10 agosto, 2008 (0) Commenti

propongo un editoriale scritto da Alfonso Tuor che si occupa in questo EDITORIALE di Mutui subprime,
secondo la mia opinione è molto interessante e merita una vostra lettura, questo articolo è stato pubblicato nel Corriere del Ticino giorno 08-08-08 alle ore 23:36 link qui

La crisi crea il «socialismo per i ricchi» di Alfonso Tuor

La crisi dei mutui subprime «festeggia» oggi il primo compleanno. Infatti esattamente un anno fa, il 9 agosto 2007, la Banca centrale europea scendeva in campo per iniettare oltre 90 miliardi di euro di liquidità per frenare l’impennata dei tassi sul mercato interbancario. Quella fu la prima ammissione ufficiale che qualcosa di molto grave stava accandendo nei mercati finanziari dopo la chiusura di due Hedge Funds della banca americana Bear & Stearns attivi nello scambio di titoli legati al mercato immobiliare statunitense. L’intervento della Banca centrale europea immediatamente seguito da quelli della Federal Reserve e della nostra Banca Nazionale hanno segnato l’inizio ufficiale della cosiddetta crisi dei mutui subprime.
A dodici mesi dal suo inizio è indiscutibile che non si intravvede ancora la fine di questa crisi e che è quindi possibile che potremmo essere chiamati a «festeggiare» altri compleanni. Infatti quella, che in Svizzera e in Europa è apparsa finora come una crisi che ha colpito duramente alcune grandi banche, sta cominciando ora ad intaccare pesantemente la crescita economica e quindi a toccare tutti. Questa scadenza offre comunque l’opportunità di ricordare le origini di quella che è la più grave crisi del sistema bancario di questo dopoguerra.
Il tracollo dei mutui ipotecari subprime è in realtà unicamente il detonatore di una crisi che mette in luce problemi ben più gravi: un’enorme espansione del credito, ossia una vera e propria bolla creditizia, favorita ed ampliata dalla nuova ingegneria finanziaria. È infatti il credito facile e a basso costo che provoca (e non solo negli Stati Uniti) un’impennata dei prezzi degli immobili. Il segmento dei mutui subprime è ovviamente quello più a rischio, ma rappresenta solo una piccola parte, valutata attorno ai 1.000 miliardi di dollari, dell’intero mercato ipotecario americano. Se il problema fosse confinato a questo comparto, dopo oltre 400 miliardi di dollari di perdite denunciate dalle banche nell’ultimo anno, la crisi sarebbe già stata archiviata. In realtà, i problemi non si limitano ai mutui subprime e si sono già estesi agli altri comparti del mercato immobiliare, ai crediti al consumo, ai leasing, ai crediti agli studenti e con la frenata economica attualmente in corso si estenderanno ai crediti industriali.
La gravità della crisi non è tanto rappresentata dalla solvibilità dei soggetti indebitati, ma dal modo in cui il sistema bancario ha finanziato questi crediti. Infatti la quantità dei crediti è stata moltiplicata dal processo di cartolarizzazione, ossia dall’impacchettamento delle ipoteche (o di altri crediti) concesse dalle banche in titoli che poi venivano venduti sui mercati (le cosiddette Asset Backed Securities). Nulla di preoccupante, fino a questo stadio. Anzi, il trasferimento a milioni di investitori dei rischi prima detenuti dalle banche, avrebbe dovuto rendere più sicuro l’intero sistema. In realtà, questo era solo il primo passo, poiché gli uomini di Wall Street avevano dato libero sfogo alla loro fantasia attuando una vera e propria moltiplicazione di questi crediti. Infatti, le obbligazioni inizialmente vendute sul mercato (le cosiddette ABS) venivano nuovamente reimpacchettate e rivendute, e quindi trasformate in obbligazioni di obbligazioni (i cosiddetti CDO), che a loro volta venivano reimpacchettati in CDO al quadrato, che poi venivano clonati in modo sintetico, usando i derivati, che ovviamente venivano ancora rivenduti.
Ma c’è di più, su tutti questi strumenti si sviluppa un enorme mercato, chiamato dei Credit Default Swap, che teoricamente, insieme a vere e proprie compagnie assicurative (le cosiddette «monolines») dovevano garantire il detentore di questi titoli di fronte ai rischi di insolvenza. E non è ancora finita, su questi titoli si scommetteva sull’andamento dei tassi ed altro ancora. È stato calcolato che su ogni 100 dollari di ipoteca Wall Street era riuscita a costruire e poi a vendere almeno sei strumenti finanziari diversi. Per le banche questa è la nuova ingegneria finanziaria; per ogni persona di buon senso questa è un’enorme catena di Sant’Antonio di carta straccia, anche se munita di sofisticati prospetti di presentazione, di rating tripla A e di calcoli del rischio dei titoli elaborati da matematici e fisici assoldati dalle banche.
E infatti appena il mercato immobiliare americano ha cominciato a scricchiolare e, quindi, non appena sono sorti i primi dubbi sulla capacità di pagare i tassi e di restituire i prestiti ipotecari, il castello di carte è rapidamente crollato. Il crollo ha messo in luce alcuni aspetti sorprendenti. La cartolarizzazione non aveva disperso il rischio, che come un boomerang ha colpito le banche che avevano avviato il processo. Si è scoperto inoltre che le banche erano a tal punto «dipendenti» da questi strumenti tossici che avevano costruito delle società fuori bilancio (chiamate SIV o Conduit) che detengono ancora circa 5.000 miliardi di dollari di questi titoli.
Dall’agosto dell’anno scorso nessuno vuole più questi strumenti inventati dalla nuova ingegneria finanziaria. Addirittura le stesse banche non si fidano l’una dell’altra. Ciò ha costretto le banche centrali a scendere in campo per sostituirsi al mercato continuando a finanziare le banche e diventando di fatto gli acquirenti di ultima istanza dei titoli detenuti dal sistema bancario. E infatti la storia dell’ultimo anno è costellata di continui interventi statali (soprattutto negli Stati Uniti) per salvare il sistema bancario ed evitare una crisi sistemica. Come scrive il settimanale «The Economist», con la motivazione che le conseguenze del fallimento di una grande banca sarebbero devastanti per l’intera economia mondiale, siamo entrati in una fase di «socialismo per i ricchi». Ma il «Welfare State» (ossia lo stato assistenziale) approntato per le banche ha permesso di guadagnare tempo, ma non ha risolto la crisi. Anzi, essa colpisce sempre più duramente l’economia reale. Gli Stati Uniti hanno evitato finora di cadere in recessione grazie al piano di ristorni fiscali di Bush, ma molti prevedono che vi cadranno nei prossimi mesi. Sorprendentemente anche l’economia europea, che doveva essere più resistente, sta subendo una brusca frenata che fa temere che presto non potrà evitare di cadere in recessione.
La crisi dei mutui subprime si è già trasformata nella crisi del sistema bancario occidentale e ora rischia di provocare una pesante recessione delle economie occidentali. In conclusione, è certo che l’uscita da questa crisi, che è la più grave di questo dopoguerra, non è prossima. Incerto invece è quanti compleanni saremo ancora costretti a «festeggiare».

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MUJERES: Se cortaron las herramientas para promover la equidad

Inserito da Silvio Passalacqua 3 agosto, 2008 (0) Commenti


Roberto Bissio, coordinador de Social Watch.

Crédito: Eurostep.

MONTEVIDEO, ago (IPS) – La desigualdad entre hombres y mujeres “no siempre coincide con la pobreza. Por eso no debemos posponer esto para cuando seamos ricos y felices, porque podemos llegar a enriquecernos sin lograr la equidad de género”, dijo a IPS el uruguayo Roberto Bissio, coordinador de la red internacional Social Watch.

Más de la mitad de la población femenina del mundo vive en países que no han registrado progresos para cerrar la brecha entre hombres y mujeres en los últimos años, concluye la última edición del Índice de Equidad de Género, presentado en febrero por Social Watch (Control Ciudadano), una coalición internacional de organizaciones ciudadanas.

Una de las consignas de las organizaciones y movimientos que defienden los derechos de las mujeres es que los pactos y compromisos internacionales incorporen medidas específicas para financiar políticas que reduzcan la brecha de género.

Este año se revisarán dos de los acuerdos internacionales para la ayuda al desarrollo, y en ellos se concentran los esfuerzos de los activistas.

En septiembre, en Accra, se examinarán los compromisos asumidos en 2005 en la Declaración de París sobre la Eficacia de la Ayuda al Desarrollo, un acuerdo entre los gobiernos y las agencias de cooperación internacionales con el objetivo de armonizar y mejorar la administración de la asistencia.

Y a fines noviembre, en Doha, comenzará la reunión para evaluar el cumplimiento de la agenda del Consenso de Monterrey, adoptado en 2002, en la Conferencia Internacional sobre la Financiación para el Desarrollo.

No hay financiamiento para promover la equidad de género, y “las herramientas que la harían posible han sido cortadas por mecanismos como los acuerdos de libre comercio o las propias políticas de desarrollo”, afirmó Bissio en esta entrevista concedida a IPS.

IPS: — Social Watch creó el Índice de Equidad de Género para medir la brecha entre hombres y mujeres, ¿qué aspectos toma en cuenta y a qué resultados generales llega?

ROBERTO BISSIO: — Se construye a partir de las dimensiones educativa, económica y de poder. La educativa es la que mayor equidad ha logrado mundialmente. Hoy en día las mujeres están prácticamente a la par de los hombres en la educación, mientras que hay escasa participación de ellas en los organismos de toma de decisiones. En lo económico, que toma en cuenta el mercado de trabajo, la desigualdad también es significativa.

La inequidad de género no siempre coincide con la pobreza. Puede haber un país rico con una brecha mayor entre hombres y mujeres que en un país pobre. Por lo tanto, no debemos posponer estos temas para cuando seamos ricos y felices porque podemos llegar a enriquecernos sin lograr la equidad de género.

– En el marco de la ayuda al desarrollo, ¿a cuánto asciende la financiación para fomentar la equidad de género?

– No existen líneas de financiamiento específicas, eso dificulta la superación de la brecha entre hombres y mujeres. Las herramientas que harían posible la equidad de género han sido cortadas por mecanismos como los acuerdos de libre comercio o por las propias políticas de desarrollo.

Por otro lado, muchos gobiernos siguen insistiendo en políticas enfocadas en la educación y dejan de lado las dimensiones económica y política, que son las que en este momento presentan mayor inequidad de género.

– ¿Qué han hecho los gobiernos para mejorar la situación de las mujeres tras la Declaración de París?

– Nada que se pueda medir. Se menciona la equidad de género en la declaración, pero no entre los indicadores que miden los progresos. De las 12 metas que se acompañan con una serie de cifras a alcanzar en 2010, ninguna se refiere a la situación de la mujer.

Decir que se van a ocupar de esto es una declaración de buenas intenciones. Algunas organizaciones analizan si las políticas de esa declaración son positivas para las mujeres y concluyen que el conjunto de las medidas macroeconómicas y de gobernanza sugeridas quitan capacidad a los gobiernos nacionales de apoyar proyectos de acción positiva hacia la mujer.

– Entonces, ¿qué expectativas tienen frente a la revisión de los compromisos de París?

– Hay cierta frustración porque el documento borrador que existe hasta el momento es muy pobre, busca complacer a todo el mundo con un mínimo común denominador y no dice nada.

– A diferencia de la Declaración de París, el Consenso de Monterrey sí enfatiza la promoción de la equidad de género…

– Sí, como conferencia de las Naciones Unidas, tiene una perspectiva más holística, también toma en cuenta los mecanismos y el manejo de la ayuda. Hay mayor preocupación por la situación de las mujeres, se identifican una serie de medidas como, por ejemplo, analizar los presupuestos de los estados en función del gasto y de cómo impacta de manera diferenciada entre hombres y mujeres.

Se reconoce que la igualdad jurídica no alcanza, que a la hora del ejercicio real de esos derechos aparecen los problemas, y en este aspecto es importante la asignación de los recursos presupuestarios.

En Monterrey se introdujeron conceptos importantes, como que hay problemas que se denominan sistémicos, que tienen que ver con el mal funcionamiento del sistema global y que hay una interacción entre los mecanismos financieros, los del comercio y los de la ayuda que no se pueden ver por separado.

Por ejemplo, las agencias de cooperación pueden ayudar a los campesinos a producir algodón, pero luego las políticas locales de subsidios les impiden exportar esa producción. El Consenso enfatizó en la coherencia de esas políticas, aunque no se ha avanzado mucho en eso, sí se han identificado algunos problemas en algunas áreas que antes eran impensables en la agenda internacional.

– ¿A qué se refiere?

– Al funcionamiento de las finanzas internacionales, por ejemplo. Ahora todo el mundo sabe que la volatilidad y la fuga de capitales impactan socialmente no sólo en los países pobres, sino en muchos ricos. Asistimos a crisis financieras en Europa y Estados Unidos que hace poco padecieron Asia y América Latina.

También en la cuestión de justicia impositiva, hay un reconocimiento de la evasión de quienes más tienen y, por lo tanto, se habla de la necesidad de suprimir los paraísos fiscales. Esos son algunos temas en los que tal vez se pueda esperar algunos resultados. Y no se puede disociar estos temas globales con la equidad de género.

– ¿Que medidas están impulsando los países donantes para mejorar la equidad de género?

– Se están implementando mecanismos para saber cuál es el componente de género dentro de los distintos programas que se apoyan. Es un primer paso para mejorar las medidas. Pero el mayor problema es la incoherencia de las políticas, porque si se miran en conjunto se ve que los países donantes también son los países acreedores y los que negocian los términos del comercio.

– ¿Qué esperan las organizaciones sociales de la revisión del Consenso de Monterrey que se llevará a cabo en Doha?

– Las esperanzas apuntan a la posibilidad de generar nuevos mecanismos para financiar el desarrollo con, por ejemplo, impuestos a las emisiones de carbono, a las transacciones financieras internacionales, que podrían generar recursos y mejorar el ambiente. Existe la esperanza de que se pueda avanzar en esos temas, dentro de las dificultades que conocemos, como el unilateralismo de Estados Unidos.

– ¿Cuál es la capacidad de presión que tienen estas organizaciones?

– Dependerá de lo visible que se vuelve el tema. Cuando una reunión de gobiernos se hace pública, los delegados de los países tienen que dar explicaciones de los acuerdos a la ciudadanía. Afortunadamente, la gente está pidiendo más rendición de cuentas, lo que permite conseguir mejores resultados. (FIN/2008)

fonte : http://www.ipsnoticias.net/nota.asp?idnews=89318

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mail annuncia invasione Iran, ma e’ virus

Inserito da Silvio Passalacqua 14 luglio, 2008 (0) Commenti

Nell’oggetto e’ scritto ‘E’ iniziata la 3/o guerra mondiale’

(ANSA) – ROMA, 11 LUG – Attenzione a mail che annunciano l’inizio della terza guerra mondiale e l’invasione dell’Iran da parte degli Usa. Si tratta di un virus. L’avvertimento giunge dalla casa antivirus Sophos. L’oggetto della mail, per ora solo in inglese, e’ ‘E’ iniziata la terza guerra mondiale’. Vi si legge che 20mila soldati americani hanno invaso l’Iran, e si chiede di cliccare su un link per vedere i video girati dai militari. Sul sito pero’ non c’e’ nessun video, ma un virus del tipo cavallo di Troia’.

ROMA, 2008-07-11 15:30

Segue testo e-mail

“Nel giro di poche settimane assisteremo alla messa in moto della macchina per la guerriglia dell’informazione. L’opinione pubblica è già sotto pressione. Ci sarà una crescente isteria militarista anti-Iraniana, nuove fughe di notizie, disinformazione, ecc… Le probabilità di una aggressione Statunitense contro l’Iran sono estremamente alte.”

Il pubblico Americano e il Congresso Statunitense si stanno dando da fare per contrastare la determinazione del Regime Bush a intensificare la guerra in Iraq. Una massiccia dimostrazione di protesta è in corso oggi a Washington DC, e il Congresso sta esprimendo il proprio disaccordo nei confronti della decisione da parte di Bush di intensificare la guerra in Iraq.

Tutto questo va benissimo. Tuttavia, non viene preso in nessuna considerazione il vero problema, che è quello del profilarsi di un attacco del Regime Bush sull’Iran.

Invece di porre fine ad una guerra, Bush è in procinto di iniziarne un’altra. Il mondo intero lo sa e nell’ambito di numerosi forum sta discutendo l’attacco all’Iran che è stato pianificato da Bush. Sono solo gli Americani che non l’hanno capito.

Un manipolo di Senatori ha dichiarato che Bush non deve attaccare l’Iran senza ottenere l’approvazione del Congresso, e numerosi commenti pubblicati su Internet rivelano la consapevolezza che esiste a livello mondiale sul fatto che l’Iran è nel mirino del Regime Bush. Ma il Congresso e i Media – nonchè la dimostrazione a Washington – sono invece concentrati sull’Iraq.

Che cosa si può fare per far innalzare il grado di consapevolezza degli Americani fino al livello del resto del pianeta?

A Davos, in Svizzera, il meeting del World Economic Forum, una conferenza durante la quale vengono discusse questioni che hanno a che fare con la globalizzazione economica, si è aperto il 24 Gennaio con una discussione riguardante l’attacco sull’Iran pianificato da Bush. Sia il Segretario Generale della Lega delle Nazioni Arabe che banchieri e uomini d’affari provenienti da paesi che sono alleati degli USA, come per esempio il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti, hanno tutti lanciato l’allarme sull’attacco in arrivo e sulle conseguenze catastrofiche che avrebbe per il Medio Oriente e per il mondo intero.

Scrivendo per Global Research [24 Gennaio], il Generale Leonid Ivashov, vice presidente dell’Accademia sugli Affari Geopolitici ed ex Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Russo, ha predetto un attacco nucleare Americano sull’Iran per la fine di Aprile. Il Generale Ivashov ha presentato il ragionamento neo conservatore che è alla base dell’attacco e ha concluso che le varie dimostrazioni che si stanno svolgendo a livello mondiale non saranno in grado di fermare l’attacco Statunitense all’Iran.

Ci sarà shock e indignazione, ha concluso il Generale Ivashov, ma gli USA la faranno franca. Scrive:

“Nel giro di poche settimane assisteremo alla messa in moto della macchina per la guerriglia dell’informazione. L’opinione pubblica è già sotto pressione. Ci sarà una crescente isteria militarista anti-Iraniana, nuove fughe di notizie, disinformazione, ecc… Le probabilità di una aggressione Statunitense contro l’Iran sono estremamente alte. Quello che non è chiaro, tuttavia, è se il Congresso Statunitense autorizzerà o meno la guerra. Potrebbe volerci una provocazione per eliminare un tale ostacolo [come per esempio un attacco su Israele o su obiettivi USA comprese le basi militari]. Il livello di questa provocazione potrebbe essere paragonabile a quello degli attacchi dell’11 Settembre a New York. In questo caso il Congresso senza alcuna ombra di dubbio darà la propria approvazione al Presidente degli Stati Uniti.”

Il Regime Bush ha fatto chiaramente intendere di essere convinto che Bush ha già l’autorità necessaria per attaccare l’Iran. Il Regime sostiene che questa autorità è parte dei poteri che Bush detiene in quanto comandante-in-capo. Il Congresso ha autorizzato la guerra in Iraq, e recenti dichiarazioni pubbliche di Bush hanno spostato la responsabilità della insurrezione Irachena da Al Qaeda all’Iran. L’Iran, ha dichiarato Bush, sta uccidendo i soldati Statunitensi in Iraq. l’Iran è quindi coperto dalla autorizzazione per la guerra in Iraq.

Sia Bush che Cheney hanno fatto chiaramente intendere nelle loro dichiarazioni pubbliche che ignoreranno qualunque opposizione da parte del Congresso ai loro piani di guerra. Per esempio, CBS News ha riportato [25 Gennaio] che Cheney ha dichiarato che una risoluzione del Congresso contro la intensificazione della guerra in Iraq “non ci fermerà”. Secondo la Associated Press e Yahoo News, Bush ha respinto la disapprovazione del Congresso con la seguente dichiarazione, “Sono io quello che decide.”

Tutto è pronto per scatenare un attacco sull’Iran. Due portaerei di attacco sono state dispiegate nel Golfo Persico, altre portaerei di attacco USA sono state spostate dalla Turchia e da altri paesi dell’area in prossimità dei confini Iraniani, sistemi di difesa anti missilistica Patriot sono stati spostati da tutto il Medio Oriente per proteggere gli impianti petroliferi e le basi Statunitensi dalla rappresaglia dei missili Iraniani, e crescenti quantità di disinformazione che sostengono la responsabilità Iraniana per la insurrezione in Iraq sono date in pasto al facilmente influenzabile Sistema Mediatico USA.

Il Generale Ivashof e tutti in Medio Oriente e la conferenza sulla globalizzazione di Davos in Europa capiscono benissimo quale sia l’agenda del Regime Bush.

Perchè gli Americani non riescono invece a capire?

Perchè il Congresso non ha fatto sapere a Bush e a Cheney che verranno messi immediatamente in stato di accusa – impeachment – se daranno inizio ad una guerra su più larga scala?

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